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Sul fronte del rischio della traccia.
Lasciare il segno è un gesto che ci attrae in modo irresistibile, fin da bambini.
È la magica pozione che ci permette di dimostrare la nostra esistenza, il nostro passaggio e di librarci per un istante nella fugace sensazione di essere per sempre. È anche una tecnica per delimitare il proprio territorio: un dire senza parole che sapete questo è il mio stile, il mio modo di tracciare steccati. Ognuno di noi ha il suo, ce lo insegna dapprima la grafologia. Chi passa dal temporaneo lasciar tracce, ad una più matura volontà di disegnare, sancisce in un qualche modo la propria appartenenza continua all’età dell’infanzia e al suo delimitare steccati e contorni.
Non è un caso che un pittore come Caravaggio, più aderente ad una visione adolescente e giovanile, irruenta e apparentemente contro le regole del buon creato, sembra non essere mai transitato attraverso il disegno(1).
Con questo non voglio sostenere che il disegno sia un fatto da bambini, ma semplicemente che esso aderisce in modo più naturale alla primaria necessità di tracciare, viene spesso prima della macchia, che anzi spesso confonde e impaurisce.
Il disegno stabilendo un limite e uno steccato tranquillizza e pone certezze.
Il suo essere strumento dalla ineludibile valenza didascalica e preparatoria è chiaro in particolare nella sua forma progettuale, applicativa. Attraverso il disegno, specializzato e di interpretazione dedicata agli addetti del settore, l’uomo costruisce macchine, oggetti, edifici, e visualizza istruzioni. È quindi una modalità di espressione consolatoria, rassicurante? Ovunque si celi il tentativo di perennità è in agguato per noi il terribile mostro dell’inquietudine, ma questo mostro appare e scompare non dico a cicli regolari, ma quasi, sul palcoscenico del fare artistico.
Non è un caso che esso faccia capolino con particolare veemenza nel lavoro di autori che prima di definirsi artisti, inciampano tra i denti e si propongono come disegnatori, o ancor peggio fumettisti. È proprio dall’arte sequenziale che Reviati, Costantini, Vecchiato, ma anche giovanissimi come Mennillo, prendono il vizio di tracciare i propri contorni. Questo medium, parente stretto, ma muto e statico, della cinematografia, inserisce la narratività come elemento caratterizzante del proprio dispiegarsi. Vuole la storia, il racconto, non si accontenta dell’iconico dirsi. Sono quello che gli inglesi chiamano story – teller, sono i fulestar del disegno. Questa necessità insita nella nona arte si ripercuote sulla linea e sul suo farsi. Anche quando realizzano ritratti (è il caso ad esempio di Vecchiato e delle sue sintesi biografiche di icone musicali) in esse sentono il bisogno di concentrare elementi che ne raccontino la storia, che ne esplicitino gli aspetti temporali. Non sono diversi i disegni al telefono di Reviati: le sue linee crudelmente tonde, attorcigliate, senza centro di riferimento, tracciate con la non chalance che permette però la misura del tempo, ci mettono a confronto con la spietatezza di una cronologia che ci costringe ad operare senza coscienza e consapevolezza, ne mette in luce appunto i limiti storici, narrativi. Costantini non può invece emanciparsi dalla parola: in questo parente di Pettibon o della visionarietà di Kentridge, non riesce a rinunciare alla calligrafica e decorativa presenza delle lettere. Che non sono ricamo del foglio, ma parte della linea del disegno e contorno di senso o dissenso dal personaggio, dalla foto rappresentata. La regressione ad uno stile che ricorda i primi libri illustrati del seicento/settecento contenenti mirabilia di Ericaeilcane assumono un tono inquieto e perturbante.
Sono la riprova che lo stile rappresenta la denuncia di una identità, ma che esso senza il suo contenuto, senza la semantica, rimane puro altare e idolo.
Nella progettazione tematica collettiva di inguine peraltro si configura come primaria questa volontà di dire le storie, di non essere conniventi del silenzio estatico e succube di molte arti. È vero che oggi appare a volte quasi trendy nel supermarket dell’arte l’approccio alla tematica etica.
Ma essa avviene in questo caso attraverso il disegno, che proprio grazie al suo essere antiquato e preistorico, porta un po’ di olezzo da dinosauro materico in questo mondo fatto di minimalismi grafici e oggetti apparentemente dadaisti (in realtà spesso a me sembrano più vicini ai gadget di macdonald che ai Dada). Nella scelta della modalità espressiva si gioca un sottotesto che non ha valenze antitecnologiche o luddiste: d’altro canto autori come Costantini si cimentano con il Web design e l’arte digitale, oltreché con la carta. Eppure l’elemento che accomuna artisti per molti versi così diversi e dissonanti è proprio nella resistenza nella materia, nella temporalità del gesto e nel racconto. La scelta della militanza visiva passa anche attraverso una selezione del mezzo, che non è il fine, ma può deporre a suo favore. D’altro canto la scelta di spazi comuni in cui operare, come una rivista, denuncia una volontà di non sottrarsi all’intelligenza collettiva, per dirla con Pierre Lévy, un tentativo di evitare l’anagrafe individuale che ti incatena al territorio di appartenenza, alla tua discendenza e al tuo blasone. Denuncia la volontà di essere letti insieme, guardati come una nuova identità: un uomo – dicevaBorges – si propone il compito di disegnare il mondo. Per anni e anni popola lo spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di insenature, di navi, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli, e di persone. E poco prima di morire scopre che questo paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto(2). Se questa immagine dello scrittore argentino visualizza in modo icastico la presenza dell’autore nella propria opera, mi chiedo quale ritratto potremmo avere dal paesaggio finale degli artisti di inguinemah!gazine.
Probabilmente un autoritratto di gruppo.
Note
(1) Questo aspetto in seguito alle ricerche diagnostiche è stato però notevolmente limitato dalla critica: vedi in generale Cardinali, M., De Ruggieri, M.B., Falcucci, C., Diagnostica Artistica. Tracce materiali per la storia dell’arte e per la conservazione, Roma, 2002. Questa convinzione deriva da quanto riportato da Van Mander, C., Het Leven der Moderne oft deestijtsche doorluchtige Italianensche Schiders, in Het Schilder-boeck, Harlem, 1604 a p. 124 che citava direttamente i principi del pittore.
(2) Questa citazione, che ho imparato quasi a memoria, non sono più in grado di ricostruire da quale testo di Borges è stata tratta. Mi scuso con chi legge, ma d’altro canto è un po’ la sorte degli autori come Borges, che sono talmente condensati e sintetici da entrare nel nostro normale fluire del pensiero.
Pubblicato nel catalogo Pensiero Stupendo in occasione della mostra omonima (16 dicembre 2006, 7 gennaio 2007) Palazzo Sforza, Cotignola (RA). A cura di M. Fabbri e P. Trioschi.
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