10 dicembre 2002 Ljubljana nella notte. Fuori nevica

Prima di tutto la scrittura. Prima di tutto la mia vita. Ora me ne andrò, ancora una volta. Questa volta presto. La tristezza sarà infinita, la fatica anche. Ma ricomincerò come ho sempre fatto. Lui non riesce a dormire vicino a me. La sensazione dell’intimità ci esclude. Questo linguaggio dei corpi lo dovevo già avere interpretato, ma non l’ho fatto. Dovevo avvertirlo. Come sempre si sbaglia. La solitudine mi spaventa. Ma altrettanto mi spaventa la finta vicinanza. Qui non ci volevo venire. Un presentimento, credo. Non abbiamo mai litigato di fatto. Ora in soli due giorni lo abbiamo fatto più volte. Siamo tesi e spaventati entrambi. Increduli di quello che ci sta avvenendo. Dovrò di nuovo dividere le cose. Ci sarà di nuovo un’assenza in casa. Forse non sono fatta per condividere così tanto con un uomo. Forse non sono fatta per condividere più di tanto con nessuno. Ed è da questo che scappo quando mi circondo continuamente di voci. Cosa mi è successo? C’è qualcosa di rotto in me che non ho riparato per tempo. Una gazzella dimentica di sé.
Solo, corre corre.
Non aspetta di essere se stessa. In questo momento avrei bisogno di ricordarmi qualcosa, ma anche il ricordo è stemperato. Scarso di numero, fugace nella sorte.
Penso solo che effetto avrebbe su di me saperlo con un’altra donna. mi è già successo. Nessuna sarebbe come me. Ma che importanza può avere questo – quando tu lui non ce l’hai. Hai solo bisogno di questo vile possesso. “Ci penserò”, mi ha detto. E il mondo ha cominciato a sgretolare la sua patina di vetro. Non c’è più tocco umano che valga il movimento. Il corpo si è raffredato. Più della neve fuori. Prima tremavo senza ragione. Un presagio del freddo del cuore di adesso.
“Una passeggiatina romantica”
“Ti si congela lo spirito”, io.
“Ti si congela il cuore” Sandro.
“Poi torni a casa e non sei più innamorato”, Lisa.
Lui in silenzio.
“Rossa, rosa, rosa, la rosa”, desidero in questo modo far sì che la parola che ormai è scivolata del suo significato, concentrata e ripetuta torni ad essere la rosa. G. Stein da me parafrasata.
“Amore, amore, amore, l’amore”, desidero che la parola, che ora si sta allontanando da suo significato, ripetuta torni ad essere la realtà che fino a poco fa vivevo.
Dove voglio andare, quale strada voglio percorrere, non lo so. La fuga è una strada senza direzione, non accetta rimozioni né calcoli. È solo la fuga.
Eppure se metto in fila ciò che mi mancherà la fila è lunga e non sono sicura di sapere descrivere il fantasma da cui sto fuggendo.
Forse è la felicità, l’assenza di conflitto, il suo ego che adoro e temo ugualmente. Ma il forse è forse, e non ha domani. È il dubbio dell’attimo che non presuppone una forma di controllo, assesto e ripetizione. È una fata morgana della nostra paura che si materializza malgrado volgiamo lo sguardo altrove. Una vita altrove non saprei trovarla. La scena è stanca, e gli altri si aspettano cose da noi. Forse è questa la comune paura che non ci esplichiamo per paura di dimostrare così il nostro attaccamento, mutuo, allo sguardo altrui.

Ora forse dormirò e domani questo potrebbe essere sogno.
   
Brandelli di parole


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