13 luglio 2002
Sono arrivata a Istanbul con una corsa opinabile. Correr dietro alle sensazioni qui, senza una meditazione, ho osservato passasse la mia vita precedente, come una straniera.
Il giorno prima, l’11 luglio, ero in tribunale, a firmare per la separazione. Ti tengono in una specie di serra, dietro finestroni che danno su un giardino in cui un artista sornione ha collocato degli enormi gorilla. Si boccheggia in un fiume di uomini, donne, avvocati, in attesa di dichiarare allo Stato che “guardi, signor Stato, noi non ci amiamo più. Forse un tempo, forse. Ma ed asso chissà dov’è andato”. Questo signor Stato nel nostro caso si è materializzato in un giudice di origine albanese cordiale e pronto alla battuta che saluta alla fine con un “Arrivederci”. No, guardi, per noi l’ultima … promesse che si fanno per disattenderle. E allora parlavo con l’ex marito, prima di arrivare nella città. Ho scoperto nel quaderno che avevo già una paginetta dove si parla, guarda un po’, di Costantinopoli. Scrissi: “Pochi giorni, e un mondo scomparve”. Una firma, e undici anni se ne vanno.