22 marzo 2003
Ieri primo giorno di primavera, qui a Palermo. Senso di colpa per abbandono dei figli, acuito da telefonata della maestra di Nikita. Tutto mi sembra meno importante. Vorrei solo sopire il dolore di mio figlio. Poi la lontananza stempera la tensione e oggi a Monreale in quella piazza scabra sono stata felice.
Il duomo è un manifesto di teologia. Il Pantocrator è un simbolo di grecità immerso in questo mondo estraneo. Il chiostro uno zen gotico. Le figure giocavano con lo spazio inserendosi.le figure andrebbero studiate una ad una: dopo la perfezione teologica dell’interno del duomo, il chiostro colpisce per la sua vena popolana, quasi bullesca, ma allo stesso tempo emotivamente più coinvolgente e viscerale.
Gli occhi sgranati, le teste che emergono e divengono un pezzo cyborg unito alle foglie di acanto, bambini impauriti e inferociti dalla pietra che divengono enlla figura accanto immagini capovolte e giullaresche. La forma circolare rende il cammino un vortice, una passeggiata escatologica che termina con un fantasma, un luogo arabo e incantato. Si può dire che il cerchio termini o semplicemente riparta a ruotare.
Lo spasimo.
La solitudine di noi due insieme nel nostro amore senza tetto. Ti ho guardato dal mirino della finestra mentre tu eri piccolo, piccolo e nero, dentro tutto quello spazio. Che era un po’ il mio cuore. S. Maria dello Spasimo si è aperta a noi nel suo abbraccio dopo che per raggiungerla abbiamo dovuto attraversare la Beirut di Palermo. Case bombardate, e non si fa per dire. Lo Spasimo ci attendeva in silenzio. Come si fa per un rito iniziatico, prima ci siamo persi nel labirinto di stanze. C’era anche un pianoforte muto. Poi ci siamo lavati le mani e siamo andati alla toilette. Un attimo di smarrimento, quasi un tornare indietro: sempre quando c’è una caduta nell’illuminazione, un gradino, qualcosa, c’è un momento in cui si vorrebbe ritornare indietro.