Visita ai musei Capitolini. Lacerti di ricordi sospesi tra le pareti. Aggressività non contenibile alla biglietteria, in generale sui servizi. Questa città innesca in me questo tipo di reazioni, come se aspettassi sempre qualcosa da lei. Come se fosse in debito.
Ho visto molte cose con distrazione. Non avevo propensione alla spugna. Caravaggio “La buona sorte”, zingara che predice il futuro carezzando la mano dell’avventore. Si guardano negli occhi e c’è intesa. Intorno nulla, sospesi nella previsione del destino o forse irretiti nel loro sguardo.
Lo sguardo del Caravaggio supera in oceani quello degli altri artisti del tempo. Forse Velasquez ha questa attenzione, ma lo sguardo di V. non gioca, non ammicca. È perforante, ed è uno sguardo stupito dell’orrore di essere imprigionati nella tela, o forse dell’orrore di chi dalla tela guarda verso la realtà.
C. invece è ironico, umano, passionale: accanto c’è Giovanni Battista. Il suo corpo da efebo mostra le spalle, ma il giovane Giovanni si volta verso di noi e ci chiama al suo gioco, ci parla ed esce dalla piattezza della tela. Una mano carezza il caprone: strano, torna questo elemento della carezza.
Accanto il Guercino, virtuoso tumultuoso: uno che osa, la pala di S. Petronilla già nelle sue dimensioni mostra temerarietà.
La struttura ad elica porta ad un dio avvolto in un blu fosforescente attivo. La mano centrale, in basso, porta esattamente al centro, e non appartine a nessuno di cui si veda il corpo, dirige il vortice di corpi e colori che si diparte dai capelli della santa che sta per essere seppellita.
Visto anche Bartolomeo Passerotti bolognese ritrattista. Bello sguardo, diverso dalla solita scuola bolognese emiliana.
Squarcio di Roma dalla finestra del Campidoglio. Guardare questa città a quest’ora del pomeriggio da questa visuale è un po’ come la mia relazione con te: fa dimenticare quale sia la sua mefitica essenza di città di periferia, sporca come una toilette delle FFSS.
Una periferia che è ancora peggio quando si crede ricca, perbene, benestante. Allora diventa anche senz’anima. Invece, la guardi da qui e si distende un’immagine continua di forme, pennelli di camino, in versioni babilonesi, fi giardinetti inseriti in edifici barocchi, da qualche parte non lontano ansimano i fori. A sinistra il teatro Marcello, uno dei miei preferiti. Forse per la sua storia
Come la mia relazione con te, ci sono anche macchie, ma che solo ad un secondo sguardo possono essere intraviste. Sembrano coriandoli sparsi da una mano distratta, invece sono la parabola inserita in ogni angolo dei caseggiati antistanti. La colonna sonora è il mugugno continuo degli autobus. Avevi detto “un latrato” una volta…invece no, da qui lo sento distintamente, è un tiepido ma profondo mugugno di colore verde muschio.
Ti ricordi quel gioco? Trovare i colori per i suoni? Questo mugugno assomiglia alla tua inquietudine, latente, che “turbina e non appare” …ti avevo citato qualche verso di Dora Markus a memoria passando sul ponte di ferro a Porto Corsini. Quel giorno il sole era fuoco rosso e la valle vestita da Venezia in giovinezza. Ho accavallato le gambe e ho sentito caldo nella giuntura dei pantaloni vicino alla cerniera. La citazione poetica può avere anche questi effetti secondari.
Tu però non citi, ricordo: il citato divento tuo, fa parte della tua storia dal momento che te ne appropri.
Sto vedendo la nostra relazione travestita da questa città. E non riesco a farmene una ragione. Non so se eri una forma mostruosa di allucinazione, una teosofia sentimentale o un miraggio del deserto che attraversa Fata Morgana.
Le città giocano questi scherzi.
Ti ricordi Budapest della mia educazione sentimentale? Kundera, intendo, non quella che insieme visitammo.
Quella del nostro viaggio esiste, quell’altra era la sua storia.