6 agosto 2004 Volterra – Seminario

Siamo venuti in questa città dopo avere sognato epr giorni di partire e percorrere moltissimi chilometri all’estero. Verso ovest, Lisbona, o Riga, la meta era lontana e le fermate tante. Poi tutto improvvisamente è sbollito. Non era neanche un’idea mia ad essere sincera, ma di G.
Eppure improvvisamente si è disamorato, e così come faceva con le donne di un tempo, ha cambiato completamente destinazione e tempi. Io ho accettato, in fondo neanche a malincuore. La Toscana è morbida, odorosa e piena di piccole mete. Mi solo lasciata perplessa che mi avesse lasciata vagare sull’Atlante, spronata da lui per così tanto tempo. Poi cambia il suo vento, er io divento la sua bandiera, lo seguo anche se stupita.
Questo seminario ha l’aspetto di un luogo gesuitico spagnolo, abbandonato e in rovina, ma affascinante. Cade a pezzi, il mobilio è vecchio, anche se dignitoso, le reti dei letti laghi in cui annegare. Dalla finestra non si può avere nessuna vista, perché ci sono le impalcature e le imposte non si possono aprire. Così scrutiamo come da uno spioncino il meraviglioso giardino interno, anch’esso scomposto, in rovina e abbandonato.
In compenso abbiamo due stanze con bagno, una doppia  e una matrimoniale.
Ieri, quando siamo giunti, Volterra era vestita da autunno tempestoso. Pioggia, lampi, ancora pioggia e cielo senza scalfitture di azzurro. Me l’ero sempre immaginata così, forse per colpa del nome Volt-terra. Un colore d’autunno. E lei, pur essendo agosto, si è presentata come nell’immaginazione. Gliene sono grata.
Abbiamo cenato al ristorante in piazza Priori, uno dei più storici. Sedie nere, laccate e luci da pizzeria in mura decorate. Musica oltre la soglia del commerciale, da Tiziano Ferro a Eros da giovane. La morte del romanticismo. Ho paura di non scrivere quello che penso, ma di essere la fredda cronaca di me stessa. Forse perché questo è scritto per ME stessa, sono la più severa giudice della mia ipocrisia. Ho cambiato direzione? Aleggio sempre intorno a questi pericolosi coltelli che sono avere un bambino, cambiare casa. Spesso sono la spia della fine. Ieri sera G. mi ha detto “Perché vuoi farmi diventare padre? Lo sai che sarò terribile”. Ha ragione lui. Perché non ho altre parole se non quelle.
Eppure veramente ci sono momenti in cui desidero forte un altro figlio: ma è la stessa tensione che ti spinge ad entrare in un negozio e comprarti un vestito quando non hai soldi.
Ora dorme, anche il mio corpo è sopito. Non vuole incontrarsi con altri corpi. Non vuole fiorire.
Entra un fascio di sole nella stanza. L’incatturabile brina di luce che imprigiona le palline di polvere. Da piccola ero incantata a guardarle. Anche ora, ma ancora non riesco a prenderle.

Il tempo è il tempio. Rituale disciolto nell’acqua, obitorio tra verdi palme, in bilico sulla collina.

   
Brandelli di parole


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