Se Tito è nel frigo.

 

Il cadavere di Tito in un frigorifero: negli anni ’70 in alcuni ambienti sarebbe stato quasi equivalente ad una bestemmia. Tito aveva fatto credere che era possibile una terza via ed anche alcuni comunisti italiani (ebbene sì, ce ne sono stati, anche se oggi dicono che forse no, non erano proprio loro o non erano proprio comunisti) si invaghirono di questo leader e dei suoi Paesi non allineati. Le foto con Nehru e Nasser raccontano di un mondo che ormai è confinato in un remoto ricordo. L’India non è più un luogo di sperimentazione politica, mentre l’Egitto è consegnato ad un ruolo periferico e subalterno, scisso tra ansie nazionaliste/revansciste e sentimenti filo occidentali e laici. La Jugoslavia invece ha risolto la sua presenza in modo più spettacolare: non esiste più. Ma quelle foto testimoniano un tempo in cui si era pensato che ci fosse spazio anche per i terzi, per chi non stava né con i sovietici né con gli americani.
            Oggi la scissione è purtroppo molto più profonda e lacerante di allora. Non ci sono alternative così credibili: non può essere alternativo il populista e ambiguo Chavez, né il visionario ma fortemente minoritario Sub comandante. Tito è definitivamente nel frigorifero, congelato e non riscaldabile. Il microonde politico ogni tanto propina qualche viso che rispolvera la cosiddetta “terza via”: lo ha fatto Blair(1) scrivendo un libretto intitolato Third Way, Giddens(2) ha sistematizzato e reso accademico questo pensiero economico, ma non credo che qualcuno abbia veramente creduto che in questa ridefinizione fosse contenuta la prospettiva di un vero mondo nuovo.
            Fu quella jugoslava una vera alternativa? La Storia è troppo recente per poter dare risposte plausibili; certo è che ci sono stati aspetti fortemente repressivi e autoritari nel suo governo. Tuttavia quello che le foto di questo personaggio testimoniano, o meglio quello che evocano, è proprio il fatto che è stato il simulacro di una speranza che superava i blocchi e che metteva in gioco nuovi possibili centri di potere decisionale. Tito ha rappresentato questo nell’immaginario politico della generazione che oggi ha sessant’anni. E forse questo è il motivo per cui la Repubblica Croata, che è nata proprio nel rifiuto della discendenza titina e che politicamente si è sempre differenziata con rigore dall’eredità jugoslava, venda con nonchalance oggettistica ricordo con le foto e le immagini del vecchio Josip Broz per frotte di turisti immemori. La memoria non tiene, quello che sostiene e che non si logora è invece l’immagine e il suo potere evocativo. Quasi nessuno di coloro che portano l’immagine del Che sulla maglietta o sui jeans difenderebbe realmente i propositi utopisti del combattente argentino, ma l’aura della sua immagine ha ancora un potere suggestionante. Tanto più che è stata sacralizzata dalla sconvolgente somiglianza di Guevara cadavere esposto con il Cristo morto del Mantegna.
            Certo Tito non è diventato un brand internazionale che mensilmente diventa prodotto. Eppure la sua refrigerazione politica e lo smaltimento dello Stato che lui ha creato in piccoli Paesi senza alcuna forza, non ha dissuaso due disegnatori svedesi dal creare un viaggio lisergico a zonzo per le ex Repubbliche jugoslave. Un viaggio in cui non è presente la difficile stratificazione di spiegazioni, analisi, giustificazioni a ritroso nella Storia, che rendono incomprensibili i recenti accadimenti di queste terre. No, le spiegazioni qui sono semplici e a portata di mano. Perché gli americani (e gli italiani, non dimentichiamolo…) hanno bombardato la Serbia? Perché hanno copie pirata di qualsiasi cosa. Qual è il rischio di lavarsi in un bagno senza una parete perché colpito da una granata? Si può essere rapiti. Nell’isolato di fronte vivono le donne di Srebrenica. Come si vive durante l’assedio di Sarajevo? Tutte le gelataie tradizionali di Sarajevo sono morte. La situazione è disperata. Anche i cani hanno subito una mutazione, sono diventati piatti a causa del traffico dopo la fine della guerra…
            La finestra deformante offerta da questa storia, scritta e disegnata a quattro mani, non ha bisogno di didascalie. Propone, in completa autonomia, spiegazioni fantasiosamente plausibili per una realtà che appare non plausibile. Inoltre si trasforma in metafumetto a metà dell’opera. Gli autori sono ad un impasse, mettono in discussione la veridicità del loro racconto. Come si può credere a quel poco che si ricorda? Il tentativo di riprodurre la realtà diventa l’unica cosa reale. La percezione del limite della credibilità della memoria ha condotto ad una umana trasposizione in disegni di brandelli di realtà. Nel suo essere irresistibilmente in-credibile, Bosnian Flat Dog rappresenta uno dei migliori esempi di come la lente dell’assurdo possa diventare l’unica strada per fare il narratore. E intendiamo con il termine narratore un ruolo complesso, come la figura in cui il giusto incontra se stesso(3), per dirla con Benjamin. Il filosofo tedesco riconosceva, tra gli strumenti del vero narratore, l’uso sostanziale della mano. Considerava la narrazione non opera della voce sola, ma il risultato della connessione di anima, occhio, mano. Certo lui faceva riferimento ad altro, ma questi sono anche gli arnesi propri di chi disegna fumetti. E i narratori disegnatori Sjunesson – Andersson sono ben consapevoli della scivolosità dell’impresa, delle strettoie in cui, chi si appresta a raccontare anche tangenzialmente l’indicibile, può rimanere intrappolato. L’evocazione delle immagini le rende innocue, le depriva dell’aura che rende pericoloso e feticcio il loro simulacro. Questo accade quando la realtà raccontata nasce dall’esperienza e dalla sua interpretazione paradossale e onirica: è la cornice entro la quale si iscrive anche la metodologia di Zograf e di Wostok, che guarda caso vivono proprio in quel lato di mondo.
Nella narrazione epica è proprio l’appropriarsi del mito che avvicina alla realtà, e Chervantes ci ha insegnato che il mito può essere anche paradosso, deformazione, grottesco. Il cane piatto mastica i miti, li frantuma in pezzettini e li shakera in sequenze che acquistano una propria logica, estranea all’illogicità della storia recente. Il gelato diventa uno dei maggiori imputati dei processi post dissoluzione jugoslava. La memoria ha digerito le notizie, e questo è il risultato.
            Gli autori svedesi si sono trasformati in un grande stomaco che produce immagini e hanno portato a termine questo racconto, che finisce come spesso accade per le forme epiche, in una grotta e in un tempo sospeso. Per una banale combinazione di verità e finzione, in molti villaggi gli abitanti raccontano di vedere il fantasma di Tito aggirarsi per le strade. Spesso l’avvenimento viene citato nei telegiornali locali: è probabile che il generale si sgranchisca la gamba fuori dal frigo.


(1) Blair ha difatti ripreso il percorso di ridefinizione di questo termine in politica cominciato da Clinton con il discorso del 1996 sullo Stato dell’Unione. La definizione del concetto da parte dei new Labour è ripresa in tutti i discorsi al partito dell’ex leader dal ’98 al 2004 cfr www.third-way.info

(2) A. Giddens, La Terza Via, Milano, Il Saggiatore 1999.

(3) W. Benjamin, Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Torino, Einaudi 1995 pag. 274.


Postfazione a Andersson - Sjunesson, Bosnian Flat Dog,
Comma 22, Bologna 2007

   

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