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Pittore gattabuista artista a volte fumettista: intervista a Pablo Echaurren
Partiamo dall’inizio. Oppure a ritroso. Hai fatto molte cose dentro e fuori dal carcere. Ce le racconti per sommi capi?
Dopo aver a lungo collaborato con la cooperativa Sensibili alle Foglie (assieme progettammo e realizzammo una mostra tra artisti affermati e artisti fermati Corrispondenze, poi io e Renato Curcio firmammo a quattromani una ventina di Metroposter pubblicati a puntate da “Frigidaire”, etc.), l’assesssore alla cultura del comune di Roma Gianni Borgna e Giovanna Pugliese dell’Arci-Solidarietà, nel‘95 mi chiesero di entrare nel carcere di Rebibbia per impiantarvi un laboratorio che fosse in grado di produrre materiale visivo in grado di reggere un’esposizione pubblica, che non fosse insomma la solita riproposizione di olegrafia carceraria.
Ne venne fuori una curiosa mostra sulle avanguardie storiche (futurismo-dada-surrealismo) che si è tenuta nell’estate del ‘96 al Palazzo delle Esposizioni di Roma (Gattabuismo). In seguito con le detenute del reparto femminile abbiamo prodotto il poster ufficiale del Comune per la giornata della donna (Gale8 fu Marzo) e il calendario Arci per il ‘97 (Calend’aria). Nel ’97 ci confrontammo con la ceramica sfornando una vasta gamma di E-vasi.
So che un ruolo fondamentale lo ha avuto per te Fioravanti. Questo rapporto è stato anche oggetto di critiche….Ci racconti come lo hai conosciuto e che cosa ti ha colpito di lui?
Certo, senza di lui il progetto si sarebbe arenato subito. Devi sapere che di questi laboratori se ne aprono e se ne chiudono a dozzine e spesso vengono frequentati tanto per compiacere l’amministrazione, gli educatori, le organizzazioni che li gestiscono. Ma con lui, con Valerio come Virgilio, i gironi danteschi di Rebibbia mi si sono dispiegati completamente e io sono riuscito a non perdermi, a districarmi nei meandri burocratici, a ambientarmi, a farmi accettare dai residenti. Entrare in circolo come un virus. Contaminare e farmi fagocitare. Assieme abbiamo raccontato quest’avventura in Rebibbia Rhapsody (Ed. Stampa Alternativa, postfazione di Luigi Banconi, 1996) e scritto un’altro libriccino sul funzionamento del carcere (Il ritorno di Silvio Pellico, Ed. Stampa Alternativa, poi ristampato col titolo di Piccoli ergastoli, 1997) e perdipiù abbiamo realizzato - con l'apporto di Francesca d'Aloja - un film - la prima silvio pellico-la della storia -.
Piccoli ergastoli, un lungometraggio di oltre un’ora prodotto dalla Sorpasso film e trasmesso da Rai2 in prima serata (il 4 settembre del ’97) nonché presentato alla 54a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 1997 e al FIPA (Festival International de Programmes Audiovisuels) di Biarritz, nel 1998.
Mica poco.
Ci sono stati momenti in questi anni di attività in cui ti sei chiesto se aveva senso quello che stavi facendo? Hai mai avuto delle reazioni da parte di amici, parenti, pubblico…
Reazioni di tutti i generi, dal togliermi il saluto - alcuni integralisti onanisti - alla curiosità, alla pietà. Per molti ero semplicemente ammattito. Sai, passavo più tempo in carcere che a casa. Pranzavo in cella. In quel periodo ingrassai di circa 10 chili a causa delle attenzioni alimentari che mi venivano rivolte da diversi amici detenuti e a cui non riuscivo a sottrarmi. Comunque in genere la cosa era accettata e seguita con interesse. Anche dai media. Per me è stata un’esperienza indimenticabile e formativa. Completa. La consiglio a tutti.
Perché il carcere? al di là delle nobili intenzioni di creare spazi meno chiusi, più aperti alla società e all’idea beccariana di pena ci sono state motivazioni più personali a spingerti a questa esperienza, che peraltro è durata più anni…
Ci sono finito per caso. Come ti ho detto non è stata una scelta meditata. Un’occasione che non mi sono lasciato sfuggire. Ma la cosa strana è che la parola “carcere” è l’anagramma di “cercare”. In carcere si può cercare e trovare molto. Del mondo, degli altri, di se stessi.
Su questa esperienza hai disegnato, scritto, contribuito a girare un film. Sono passati alcuni anni: vedi dei cambiamenti in atto nella discussione sulla carcerazione?
Non mi pare che si siano fatti molti passi avanti. La situazione è più o meno la stessa. Il carcere è una macchina che gira a vuoto, sfornando a getto continuo individui destinati a rientrarvi per riprodurre un ciclo votato alla totale inutilità. In fondo nessuno di chi vi lavora ne va particolarmente fiero, ma il meccanismo continua a funzionare riproducendo la propria inerziale inefficienza, incapace di indicare un modello migliore. Rinchiudere i corpi non serve a granché, non sposta di una virgola l’emergenza sociale, dilaziona solo i tempi, quello che serve è re- immetterli nella vita non cancellarli temporaneamente dalla vita.
Credi che l’attenzione sul carcere sia stata influenzata dalla detenzione politica post – anni di piombo? O meglio, credi che senza la carcerazione di parte di una generazione politica, il dibattito sarebbe stato lo stesso?
Credo di sì. Voglio dire che un’attenzione al carcere è sempre esistita. Per dirne una, tanto i surrealisti che i situazionisti proponevano di aprirli al pubblico. Di farvi gite scolastiche, pic-nic per famigliole, in modo da mettere in comunicazione diretta la cosiddetta società civile con il proprio volto oscuro, il “normale” col “deviante”.
Conosci esperienze all’estero che pensi sarebbero da copiare o emulare?
All’estero non ne conosco, per mia totale ignoranza sull’argomento. Ma so che in Italia ce ne sono molte. Per esempio la coop del Gran Serraglio fondata a Milano da Alessandro Guerriero. Purtroppo solitamente restano iniziative scollegate. Sarebbe interessante costruire dei luoghi di incontro e collaborazione.
Uno dei problemi nuovi della carcerazione è la forte presenza di stranieri. Hai mai conosciuto direttamente questo aspetto?
Certo io frequentavo soprattutto due reparti il G8 e il G11. Il G8 è quello dei “politici”, il braccio più vivibile, mentre il G11 è quello dei comuni, degli extracomunitari. Il film è stato girato in ambedue i reparti e mostra proprio il “piccolo ergastolano”. I nostri protagonisti sono coloro che per piccoli reati reiterati, o perché ammalati di aids, finiscono per scontare una pena senza fine se non con la morte.
Nel film trovi il problema di come celebrare il Ramadan, dei detenuti che non riescono a telefonare a casa perché non si trova il traduttore della loro lingua madre, di quelli abbandonati dall’ambasciata di riferimento e compagnia bella… o brutta.
Una delle cose che mi ha colpito di quanto hai raccontato è l’esperienza di disegno in jam session tra artisti “affermati e fermati” come tu li hai chiamati. È già di per sé un’esperienza d’avanguardia, nella modalità a prescindere dal contesto in cui l’hai attuata. Che cosa hai scoperto del tuo lavoro in questa esperienza artistica condivisa?
Ho sempre inseguito il sogno di poter realizzare un lavoro collettivo. Di poter inoculare il lavoro in un corpo estraneo. Renderlo volatile, inafferrabile. Life’s a gas, dicono i Ramones. E in questi casi credo di averlo sfiorato. Per una frazione di secondo, almeno.
Mi hai raccontato che il libro con Fioravanti è nato sulla base di una sorta di fumetto che tu gli avevi sottoposto e che lui ha poi rielaborato. Il fumetto poi non è mai stato portato a compimento. Perché credi ci siano ancora delle difficoltà così grosse in Italia nello sperimentare anche attraverso questo medium a raccontare?
Non è stato portato a compimento perché è stato sostituito dalla scrittura direttamente. Ma il fumetto incontra ancora enormi ostacoli in Italia a essere accettato come forma espressiva. Pensa che quando nel 2000 - mica un secolo fa - Alfredo Salsano pubblicò per Bollati Boringhieri una mia raccolta di fumetti Vite di poeti (Campana-Majakovskij-Pound) sollevò un vespaio in redazione. Quel libro, come lui stesso mi raccontò, suscitò una vibrata protesta da parte della proprietà che riteneva lesa la rispettabilità della casa editrice. Malgrado, proprio per ovviare a questo rischio in parte previsto, fosse stata commissionata una prefazione parafulmine, quella di Enzo Siciliano. Che non si può certo bollare come fumettaro. Da allora si interruppe la mia già sperimentata collaborazione con la Bollati Boringhieri. Tanto per dire.
Hai mai provato a proporre nelle tue attività all’interno delle carceri il fumetto come medium di comunicazione? Credi che potrebbe essere uno strumento attivabile di uscita al di fuori?
Certo, la mostra che ti ho detto, Gattabuismo, adottava proprio il fumetto
come medium. Una delle sezioni si prefiggeva di trasferire in striscia il Manifesto della pittura futurista di Boccioni-Carrà-Russolo-Balla-Severini. E la cosa riuscì perfettamente. Anche se il fumetto come lo intendo io è un fumetto antitradizionale, completamente destrutturato.
Che idea ha Pablo Echaurren del fumetto di oggi?
Non lo frequento praticamente più. Per quel che mi riguarda è un argomento chiuso, superato. Ma credo ancora che pittura e fumetto debbano mescolarsi. Abbattere i rispettivi steccati, copulare e procreare senza divieti. Pittura e fumetto artista perfetto.
Di Echaurren è utile visitare il suo sito www.pabloechaurren.com
Piccola bibliografia minima consigliata:
P. Echaurren – V. Fioravanti, Piccoli Ergastoli, Stampa Alternativa 1997
P. Echaurren – V. Fioravanti, Rebibbia Rhapsody, Stampa Alternativa 1996
P. Echaurren, Vite di poeti: Campana, Majakovskij, Pound, Bollati Boringhieri 2000
Intervista per inguineMAH!gazine n° 7
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