A letto con Tiresia

C’è stato un uomo che per avere visto troppo è stato duramente punito, dice la storia.
La peggiore delle espiazioni, la cecità che prevede il futuro. Mai fidarsi della mantica, diceva mia madre. Se non altro, non sapere è meglio: tanto il destino non lo puoi cambiare, se è destino. Mia madre raccontava spesso a noi bambini la storia di quest’uomo: non ne sapeva il vero nome, lo chiamava Nicola. L’insegnamento che per lei ne derivava da questo racconto lo indirizzava soprattutto a me. Io ero attratto dal guardare, essendo taciturno. Sembravo un osservatore: in realtà, sono sempre sembrato un uomo che osserva, ma semplicemente poso gli occhi e vago nei miei pensieri. Noto poche cose. È un mio gravissimo difetto, e mi ha cambiato la vita in certo senso.

Passo la vita su un furgone, ma ho studiato all’Università. Come molti negli anni ottanta, non ho trovato lavoro dopo la laurea in Lettere, ma ho trovato un matrimonio urgente e un pargolo da mantenere. A stento lo conosco. Sono sempre sul camion, giro l’Europa e quando torno lui è cresciuto dalle donne. Io sono l’estraneo con il pisello come lui che però non si fa guardare nudo. Mi vergogno. Per me è un estraneo.

Quella mattina era freddo: l’inizio della stagione delle piogge in Europa. Sul CB qualcuno aveva annunciato: - Giovani, è ora di comprarsi i giubbotti di pelle, arriva la bufera. La giornata non era ancora decisa. Il sorriso dell’autunno era nell’aria e i colori in Toscana sono talmente cangianti in questa stagione che pensi che non arriverà mai l’inverno.

L’espresso italiano ancora non lo digerisco: è veloce, forte e non sono un cavallo che beve in piedi. Così, se voglio veramente un caffè esco dall’autostrada e mi infilo nel primo paese per farmi servire a un tavolino. Far finta di osservare gli avventori del primo mattino, sbirciare il giornale che capisco grazie al latino.
Quel paese ha una storia, come tutti i buchi del mondo in Italia. La cosa mi stupisce sempre. Segni ovunque, segni, segni, segni. Come fanno a sopravvivere in mezzo a questa foresta, mi chiedo?

Mia moglie vorrebbe venire in ferie in grand tour, come dice lei, nella penisola. Vedere Roma, Firenze, Venezia. Ti sbagli, le dico io, devi vedere le piccole città, questi scrigni dove esce una ballerina e fa un valzer. Sembrano proprio quei giochi stupidi che avevamo negli anni ’70, ti ricordi? Aprivi la scatola e una musica metallica ti avvolgeva e la ballerina girava, girava, con le gambe nude. Lei non capisce.

Quella mattina mi pesava il camion, la merce, la strada. Quella viscida serpentella sempre dritta che si srotola sulle tue ginocchia e ti fa appassire le membra. Sempre dritta: chi l’avrà inventata. Entrai nel bar della piazza del primo paese, accanto a me seduti in molti. Tra cui una giovane donna. Lei mi guardò negli occhi. Dritto, come ti guarda l’autostrada. Io non guardo le donne, ci poso gli occhi sopra, come su tutte le cose. Li poso inconsapevolmente, come facevo bambino con le ballerine delle scatole: è la musica che mi avvolge, non le loro cosce. Ma non sono abituato al fatto che loro mi guardino. Non sono un uomo brutto, anzi mi considero piacente. Sento che a volte il velluto delle iridi delle femmine mi attraversa la pelle. È una sensazione che fa bene al muscolo dell’identità. Sono un uomo, le donne mi immaginano, esisto. Ma subito il loro sguardo si ritrae. Non so perché accada. Ho letto che è un fatto di odori: in fondo siamo animali, e io credo di avere l’odore dell’animale che non si concede a letto. Lo faccio con parsimonia, mi impegno senza fretta. Ho imparato a studiare il piacere dell’altra, ma non è il mio vero piacere. È come andare in bagno. Quando finisce si può anche ricominciare a vivere. Quindi credo che le donne lo fiutino.

Lei continuava a guardarmi dritto. Io provai a distogliere lo sguardo, ad accarezzarmi le punte dei piedi con la vista e ad incespicare nel mento del vicino di tavolino. Ma mi sentii incatenato al suo guardare. Tutto era fermo, nessuna ballerina danzava, se non lei. La musica che proveniva non era metallica. Era una nenia di nonna dolcissima, di quell’infanzia che ci portiamo nel portafoglio in forma di fotografia. Voglio dire, sono camionista, e so cosa si pensa della categoria. Parlo di donne con i colleghi, se capita il discorso. Non sono un lesso. Ma non me la vado a cercare, anche se non sono moralista. Lei mi guardava, e io, in quell’infinitesimo di pulviscolo di secondo che ti cambia la vita, la guardai.

Cosa vide l’uomo che aveva guardato troppo? Mi chiesi. Non sapevo che avrei avuto la risposta.
Io vidi una donna che aveva incatenato il mio guardare. Mi tese il braccio: - Crede che finirà il caffè entro un ora o le servirà tutta la mattina? Poi sorrise tintinnando. Proprio così, come i bicchieri quando li poni in dispensa. So che gli italiani si stupiscono del tempo che impiego nel bere il caffè.
- Sa, la vita è molto breve per passarla a braccetto con un caffè.- Aggiunse

Io capisco l’italiano perfettamente, ma credo di parlarlo in modo ridicolo. Tutto desideravo, eccetto che essere ridicolo.
- Sono straniero. .- Dissi, e mi sentii ancora più ridicolo.
- Lo immaginavo. Non che lo sembri a prima vista, ma si nota dal suo sguardo. Gli italiani non guardano così le donne.
- Mi scusi, non volevo importunarla, ma è che…sono abituato a guardare
Non era esattamente quello che desideravo dire. Quando si parla in un’altra lingua bisogna o tacere o rassegnarsi all’approssimazione del pensiero. Io ero rassegnato all’incatenamento dello sguardo, quindi tutto il resto aveva incominciato a non avere importanza.
- Non mi ha importunata. È molto bello essere guardata così.
- Così come, scusi?
- Così…ecco, lei non sveste con lo sguardo, ma neanche giudica o osserva. Lei si posa. Ha uno sguardo di farfalla

Guardai il camion che mi attendeva fuori come un cane. Pensai ai miei colleghi: come l’avrebbero presa una definizione così? Dovevo pensare che mi considerava una checca? L’orgoglio maschile è una bestia che alberga dentro tutti noi.
- No, dico. Non voglio dire …ecco, che lei è una farfalla. Se fosse un animale, direi…Non saprei, lei è proprio un uomo.

Non sopporto quando le donne ti leggono nel pensiero. Non che a me capiti normalmente, anzi. Tutto il contrario. Mia moglie non capisce mai quello che penso. Ma so che esistono, me lo hanno raccontato. Questa sconosciuta, poi.
Il mio guardare si posò senza volerlo sul seno. È una parte del femminile che sempre invidio. La rotondità, la morbidezza, mia madre che mi culla prima di dormire, un ricordo fragile. Quell’odore di malva e quel tasto che fuoriesce dalla camicia, pronto per essere spremuto. Un limone, ecco.
- Venga con me. Le va?
Ho letto molti romanzi da ragazzo. E anche adesso leggo, non così tanto purtroppo. So dalle storie che ho conosciuto che esistono queste situazioni inframondo, in cui una donna ti dice: Vuoi venire con me?

A me non era mai capitato. È come sapere che sì, da qualche parte nello spazio ci saranno altre forme di vita, però se ti incontri un extraterrestre, beh, è un’altra storia.
Cosa si risponde? Cosa avrebbe risposto Cechov? Cosa avrebbe risposto un altro qualsiasi che non fosse me?
Non lo saprò mai, perché io tacqui e la seguii.

Mi ritrovai improvvisamente in una stanza di un monolocale di un paese toscano con la finestra sulla strada statale. Fuori voci del mattino. Vidi una tenda azzurra, dell’Ikea. Immaginai solo come poteva essere la finestra vista dal di fuori. Per me l’Europa era una serie di finestre. Non ero mai entrato a casa di nessuno in quindici anni di viaggi. Finestre che tu guardi inermi. Ora ero dentro. Ero dentro in tutti i sensi. Io ero già nudo. Quando mi ero spogliato, quando lei aveva cominciato a spogliarsi, non lo so. Non ricordo.
Vidi il seno, ora senza camicia. Due limoni. Un ventre che era quello che forse, se fossi il tipo che sogna le donne, potevo aver sognato.
Aveva ancora la gonna.
- Vieni. – Sentii la mia voce. Un’eco lontana.
Lei si tolse la gonna.

La storia di Tiresia, una delle sue versioni, dice che lui vedendo due serpenti che si accoppiavano, con un bastone uccise la femmina, e si tramutò in donna.

Io vidi il serpente: fui Tiresia. Fummo quei due serpenti, con Tiresia che ci guardava ed era noi e noi eravamo entrambi lui, l’indovino che era stato uomo e donna e poi uomo.

Così conobbi il piacere. Una profonda voragine nel mio seno: lei era stata un uomo, e ancora un po’ lo era. Che cos’era lei? Una sconosciuta che era anche uno sconosciuto che non mi aveva lasciato finire il caffè. L’indovino che aveva letto il mio sguardo e che mi ha aperto la via del piacere.

Non so cosa penserebbe mia madre di me. Mi piace immaginare che nella sua ferrea volontà di conoscere il vero, vorrebbe sapere chi sono. Ma al contempo, perché sapere la verità, se il destino è destino?

Racconto pubblicato sulla rivista Blue

   

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