Breve ode alla domenica
“Hai detto la verità?”
“Sì, ho detto quello che pensavo”.
“Quindi non era la verità, era un’opinione”.
“Non mi sembra ci sia una grande differenza. Ho detto quello che mi pare giusto”.
“Ah! Quindi ha risposto in modo opportunistico…non è detto che quello che pare giusto, sia anche vero”.
“Senti, non sei ingrassata. Chiedilo alla bilancia se vuoi”.
“No, scusa…io intendevo per te…”
Domenica spesso è così il risveglio. Un dialogare che si arrotola su se stesso, solo per sentire le proprie voci, per stare ancora un po’ nell’abbraccio appena uscito dal sogno. Stanotte ero stata di nuovo in quella casa, quella che vedo ad intervalli regolari. Si aprono tante porte, è un appartamento di inizio ‘900. La sua completa planimetria non mi è ancora del tutto chiara, visto che ogni volta scopro altre stanze. E poi ho di nuovo volato: volo nuotando a rana. Quando mi sveglio ho voglia di fare l’amore.
La fortuna della vita di coppia è che quando ti svegli dopo un sogno così, e soprattutto quando è domenica, puoi farlo.
“Che cosa pensi?”
“Niente, ti guardavo”
Ora sono passate alcune ore. Ho steso panni, caricato lavatrice, riordinato, guardato fuori dalla finestra. C’è il sole e si vedono le navi. È sempre domenica e non ho nessun impegno che non potrei rimandare a domani. Questa è la mia nuova libertà.
“Avevi detto che andavamo a fare una passeggiata, invece hai preso altri impegni”
È vero. Ho cambiato programma. È la mia libertà di domenica. Lui si avvicina come una brezza pronta a diventare tempesta. Vorrebbe che fossi sua, solo dedita alla sua presenza.
È così, di fatto. Ma mi piace nascondermi e farmi riprendere. Ora sono nuovamente a letto, con due quotidiani. Ho tempo. Un lusso impagabile, una scatola agghindata indiana con le perline che luccica tra le mie mani. Stormire di gabbiani sull’orizzonte e tra le mani il puzzo della carta di stampa.
“Ho cambiato idea, scusa. Vuoi che ci andiamo comunque?”
“No, allora vado a lavorare. Ci vediamo stasera, dopocena”
Il procrastinare della sua presenza è ancora una prova che fatico ad accettare. Tocco il mio corpo, ci sono ancora i segni delle sue mani da stamattina. Posso aspettare, posso attendere stasera. Sono forte.
“Va bene. Allora vado dalla mia amica e a cena con i marmocchi da sola. Poi ci vediamo”
“Ciao”.
Lui esce senza sorrisi. Ha ancora un lieve alone di broncio che so che scomparirà quando entrerà nel suo studio e sarà chino sui suoi progetti. Il suo studio è la sua seconda alcova. Lì dentro sono contenuti i suoi desideri e di domenica non ci sono gli altri inquilini a distrargli le mani e il cervello. Mi aleggia ancora come un’ombra sul petto l’immagine del suo corpo su di me, un movimento tenue e contratto. Ma è domenica. Posso continuare a godere del tempo fermo. Non come gli adolescenti, no. Allora non si poteva: la domenica era il giorno più infausto. Tutti assorti come eravamo ad aspettare che qualcosa succedesse, qualcosa tipo crescere, essere altrove. Ora sono qui, felice di essere sul porto a guardare dalla finestra, e di avere un tempo fermo, che non mi obbliga ad invecchiare.