Il lupo e la lepre

Tutto è cominciato con Demiriel.
Demiriel è detto la lepre in paese. Vive nel villaggio sotto quello dei miei: un crocicchio di case, più che un villaggio. Un vero paese è quello dei miei genitori, almeno lo era. Ha vissuto momenti molto migliori, ora vive di riverbero. Io non torno spesso: trovo inutile il passeggio dei parenti, i pomeriggi rinchiusi a bere caffè schiumosi inventati dalla Nestlé ad ascoltare le novità mai nuove dei cognati, generi, nuore, figliastri, accattoni di paese. Tutti siamo di paese, anche se molti sono sparsi come l’erba cattiva da Adelaide a Vladivostok.
Per fortuna c’è mio cugino: quando vengo lui mi porta in moto per le montagne: conosce tutte le strade non asfaltate dell’Elide e dell’Arcadia. In questa zona della Grecia si gira ancora senza casco, non si è veramente in Europa. Senti le stelle sulla pelle che scendono pesanti da un cielo di piombo senza luci artificiali. Stare in questo buio da solo mi ha reso romantico: anzi, forse sono state queste deliranti giornate a rendermi romantico per non impazzire. Il romanticismo mi serve per pensare di avere visto solo un film di serie C in bianco e nero, ripetuto la domenica pomeriggio dalla triste TV di Stato ellenica.
Mio cugino, dicevo, mi porta in moto e mi racconta le storie vere, quelle divertenti che durante le visite dai parenti si tacciono. Sono le storie che sono nate con i lupi dell’Arcadia, spesso feroci. Il primo licantropo è nato qui, Licaone, nelle vette in cui ora mi nascondo. Mi nascondo…la vita è proprio un rotolo di carta igienica. Bianca e soffice per un po’, improvvisamente ti sembra che sia solo da buttare nel cesso.
Sono arrivato l’ultima volta in paese all’ora della luce dei lupi, come la chiamano in Grecia: l’ora in cui le ombre sono lunghe. Mio cugino era seduto al caffè con il platano al centro: quando mi ha visto non ha fatto tante domande, quanto stai, come sei venuto, quelle menate lì, non le fa mai. Non si chiede ad un ospite quanto starà che può sembrare che tu lo voglia cacciare via. Mancavo da tre anni. Mi ha solo chiesto: “Hai saputo di Demiriel?”.
Ora, questo è tipico di mio cugino: uno sta via tre anni, vive in una città di cinque milioni di abitanti dove percorre vie intasate dal traffico per arrivare in ufficio, tornare a casa, andare qualche sera ad alzare il gomito in qualche locale con musica a tutto volume. Legge il giornale e sa tutto su Bruxelles e il prezzo del latte stabilito dalla commissione. Per mio cugino deve sapere di Demiriel, il pazzo del villaggio. Non riesce a trovare la misura della notizia. “Certo che no, sangue porta sfiga”. E mi sono toccato i cosiddetti. Demiriel, come tutti quelli della sua razza, portano iella. Bisogna toccarsi, perché la follia può essere contagiosa e bisogna prevenirla con i gesti. DEmiriel poi ha sempre avuto una nomea di untore. Non è scemo o ritardato. Solo gli piace correre, e per la gente del paese è già un’abitudine strana. Si trova spesso in più luoghi lo stesso giorno, perché cammina a passo spedito o al trotto per tutto il tempo in cui il sole non gli da requie. Parla spesso di strane storie, del suo Paese. Credo venga dal sud dell’Albania (Nord Epiro, per i nazionalisti greci) o dal Kossovo. Nessuno sa veramente da dove è venuta questa semina di uomini che ha cacciato gli zingari locali e si insediata qui come pastori, contadini, braccia da lavoro. Sono giunti un giorno, o in pochi giorni, quasi all’improvviso. In branco. Molti erano armati. Hanno cacciato i Rom che sono andati più a sud nel Peloponneso. Una volta capivo di stare per arrivare a casa quando, svoltando dalla statale in Elide e prendendo la provinciale per salire in paese in Arcadia, cominciavo a vedere le loro tende rotonde con l’antenna della televisione. Ho visto un reportage del National Geographic in tv un giorno sui nomadi della steppa credo: avevano le stesse tende e le stesse antenne televisive. Lavoravano i campi da stagionali e ogni tanto rubavano qualche gallina. Continuano a parlare un greco con forte inflessione rom: i greci li imitano ridendo, loro se ne infischiano. Anche se vanno a scuola, l’accento rimane. Sono gente impermeabilizzata al contesto. Comunque i nuovi arrivati li hanno cacciati: costano meno all’ora, anche degli zingari, e soprattutto alcuni sono armati. Tra questi c’era anche Demiriel detto la lepre.
Demiriel la lepre racconta strane storie, ma non dice mai i luoghi o il tempo. Per cui tutti credono che parli a vanvera e che le storie se le inventi per muovere la mandibola e per stordirti e darti il malocchio.
“Non ho saputo di Demiriel, Takis. Manco da tre anni. In città non arrivano queste importanti notizie…”
“Ah, lo sapevo che non sapete mai nulla voi cittadini. Non sapete mai nulla. Sali che ti racconto per strada”.
Ti racconto per strada significa andiamo su una cima, ci facciamo una sigaretta di marijuana di Kalamata, la migliore, e lui racconta. Sono salito sulla moto, ovviamente: è l’unico motivo per cui continuo a tornare su questa montagna incantata. La maria e i racconti di Takis, la visione della valle e l’aria trasparente che ti pizzica sulla moto.
La strada che abbiamo fatto non la conoscevo: saliva verso il tempio, ma non dalla parte da cui arrivano gli sporadici turisti e le rare scolaresche obnubilate dalla nausea delle curve.
“Dev’essere qualcosa di serio, pieno di pruderie se mi porta in questi luoghi sacri al mistero…” pensavo.
“Goditi la vista e aspira lo scappamento”. Per Takis l’odore del carburante è meglio di quello della maria. Si vede che vive lontano da Atene.
Quando siamo giunti al tempio, il sole era solo una riga sulla montagna di fronte, giocava a fare il filo dell’orizzonte. Cartina, luce dell’accendino, odore di timo: questo mi piace di mio cugino.
“Demiriel è scomparso”.
“Beh, sarà tornato da dove è venuto. Che problema c’è? Oppure ha camminato troppo, e non è riuscito a tornare indietro…”
“Senti, fammi finire. È scomparso, e fin qui niente di strano. Mica lo stiamo a cercare. Ma la cosa strana di tutta la storia, è che Sofia si è messa in testa che invece gli è successo qualcosa di brutto. E che bisogna cercarlo…altrimenti il fantasma non ci lascerà in pace e aprirà le porte quando il mosto fermenta, e tutte quelle storie lì. Ovviamente ha convinto tutti i vecchi, e anche alcuni dei giovani”.
Io ascolto, ma quelle parole mi sembravano veramente fantascienza. I mosti fermentati assediati dai fantasmi degli albanesi si convertivano in immagini di menadi danzanti nude intorno al tino. Non so perché, fumare mi fa sempre venire in mente visioni erotiche dionisiache: credo che siano immagini di vasi che ho studiato al liceo e che allora vivevo come studio e quindi non utilizzavo per la masturbazione quotidiana. Invece con il tempo si sono sedimentate nella mia memoria visiva ed emergono sulla retina impregnata di marijuana.
“Insomma, tutti cercano il corpo di Demiriel la lepre. È come una caccia grossa, uno sport collettivo”.
“Almeno praticate uno sport e vi scende la pancia”
“Non fare l’ironico. Ogni giorno trovano qualcosa di strano. Sofia aizza la gente con la storia dei segni: legge i fondi dei bicchieri a ciclo continuo e dappertutto compaiono forme di conigli. E ieri…indovina un po’, hanno trovato una lepre sgozzata”.
“Non mi sembra strano. Scusa, i pastori ogni tanto fanno fuori qualche lepre o cinghiale o qualsiasi animale possa essere stufato…”
“Lo so, lo so. Ma ascolta. La lepre…non era uccisa normalmente, era proprio decapitata. E il sangue della testa, non c’era più, era stato come prosciugato. Una cosa terribile a vedersi. Adesso si sono messi in testa che qualcuno pratica rituali, e non so cosa…”
“Molto interessante. La funda di Kalamata è sempre la migliore. Chi te la fornisce? Un giorno mi darai il nome vero?”
“Non sembri per niente partecipe. Tu non capisci cosa significa convivere con tutto questo…tra un po’ tireranno fuori gli spilloni voodoo.”
“Sì, stai attento che ti troverai nel pentolone dei cannibali…Scusami. Sai Takis, io ti voglio bene, ma queste storie dei riti, delle morti strane, delle sparizioni, insomma sono dei refrain, delle cantilene, che qui tornano sempre. Ogni volta ce n’è una. Ti ricordi alcuni anni fa, la storia dei bambini del paese dell’Elide, la pedofilia di villaggio? Insomma, cose truci. Quella sì, fu vera, ma per una vera e terribile, quante ne raccontano di immaginarie, che vivono solo nella loro testa? Qui odora da sempre di morto. Se non ce la fai più a convivere con questo, e io ti capisco benissimo, perché non te ne vai? Se vuoi, a casa mia c’è sempre posto…”
“Fai presto a parlare tu, signor impiegato di banca dello Stato Democratico e Socialista di Grecia. Anche io ho votato Pasok. Hanno dato la pensione a mio padre, non dico. Ma io non ho studiato, non posso aspirare a nulla di più di questo. Cosa vado a fare in città? Qui almeno sono qualcuno, mi rispettano. So aggiustare le moto e revisionare i forni. Conoscono il mio nome.”
Silenzio.
Volute di fumo. Seconda sigaretta. La migliore: l’intontimento più lento, senza la foga delle prime tirate golose.
“Hai un bel coltellino”
Gli avevo dato il mio borsellino da fumo.
“Se ti piace, te lo regalo. Lo uso per l’hashish”
Gli avevo dato il mio borsellino da fumo: un oggetto da vero dandy ateniese, mi rendo conto, ma di cui io vado particolarmente fiero.
“Lo prendo volentieri, non devi dirlo due volte”
“E le donne?”
“Le donne…Beh, ce n’è una, si chiama Efi, il vero nome è antico sai, Ifighenia, ma ovviamente la chiamano Efi. È la fornaia, non so se l’hai mai notata. Tutto è nato perché sono andato a registrare il suo forno. Finalmente in paese hanno ricominciato a fare il pane: prima ci mandavano il pane la mattina e il fornaio lo rivendeva. Non era la stessa cosa: ora con i soldi dell’obiettivo 3,,4,5 non so bene, dell’Unione Europea intendo…ecco hanno riacceso il forno. Io lo controllo ogni tanto perché la cappa era un po’ intasata, visto che erano circa quindici anni che era spento. E così”.
Sì, l’avevo notata. Sono un habitué dei forni di paese, anche se il pane lo portano da un altro paese è diverso da quello che compro io dal supermarket. Avevo anche notato, visto che aveva forme interessanti, la fede al dito.
“Ho notato anche che porta un semplice anello, sai di quelli d’oro…che contemporaneamente ti legano anche il cuore”.
“Stronzo. Veramente ironico. Lo sai che significa gran casino all’ennesima potenza? Ormai ci siamo fatti tutti i cespugli del bosco”
“Non ci sono boschi qui”
“Quelle similitudini di bosco. La macchia.”
Era teso, lo sentivo dal tono. Così continuai a fumare, per non rovinare l’atmosfera.

Ho finito la candela. Dovrò aspettare Takis: ha promesso che tra un po’ ripassa.
Non si chiede mai ad un ospite quanto starà, che può sembrare che tu lo voglia cacciare via…Non so quando riuscirò ad andarmene. Sono qui al buio.
Non so che ore sono, il tempo ha spezzato la mia catena di sicurezze. Il dito mi fa male e desidero ardentemente un bagno attrezzato. Cerco di inanellare i fatti di questi ultimi giorni. Le parole cesello del pensiero. Oltraggio del ricordo. Pezzi parole, sguardi che si sovrappongono. L’insonnia rende tutto sconnesso, farraginoso. Ho un budino al posto del cervello. Ho trovato una vecchia bic buttata a terra. Ora la luce comincia a filtrare dalle finestre. Vorrei uscire fuori e correre come Demiriel.

La mattina dopo il mio arrivo sono stato svegliato da Sotiria:
- "Presto. Svegliati, svegliati. Apri gli occhi e cammina. Andiamo in piazza veloci, hanno trovato il corpo”
- "il corpo?"

Parlare di corpo ad uno che aleggia ancora nel mondo di Morfeo è come tirargli l’acqua fredda in faccia. Tutta la notte ti dimentichi di averlo, e al mattino ti dicono hanno trovato il corpo. Che parlino di te? Un leggero senso di colpa fa affiorare la nausea.
- "Il corpo di Demiriel. Hanno detto che sembra che l’abbia sbranato un lupo”
- "Un lupo...

Vi hanno mai raccontato Cappuccetto Rosso da piccoli? A me no, mi raccontavano altre storie di lupi. Ma credo che sia omicida raccontare la favola della bambina sanguigna e del bosco ai bambini. Anche se non me l’hanno mai raccontata, l’immagine del lupo che tiene nella pancia la nonna riappare alla parola lupo.
È difficile svegliarsi e pensare ad un corpo sbranato dai lupi. Vedevo la nonna piuttosto, la nonna diventata Demiriel, che usciva dalla pancia di un licantropo di Arcadia. Camminai come nella nebbia onirica e andai nella piazza con i platani. A Takis sembrava avessero rubato tutti i polli: era prostrato e stanco.
- “Che dici, smolliamo la marmaglia e ci andiamo a fare un giro?”
Fu come se gli avessi toccato il sedere della sorella.
-“Ma, insomma! Non ce l’hai un’anima? Non capisci, non capisci proprio…”

Lo lasciai lì, in mezzo a quella semifolla tumultuante, che sussurrava, bisbigliava, non alzava gli occhi e l’unica parola percettibile era Demiriel, Demiriel la lepre. Le donne strofinavano i pugni sulle gonne. Tutte sembravano avere la crocchia in testa. Mi sembrò una scena ricostruita da Anghelopoulos. Già lo odio questo regista spocchioso. Eppure, lì era vero, il vero sceneggiatore di quell’immagine. Non so ora se fu una proiezione del sonno quell’immagine o se è davvero esistita. La piazza, il platano in mezzo, gli Anghelopoulos con il cappello nero e il bastone.
Sentivo l’urgente necessità di un dolce, così andai al forno. Incredibilmente Efi era in negozio. Forse l’unica che non aveva abbassato le serrande.
-“Sei tornato? Me l’avevano detto. Proprio in questo momento…”.

Non pensavo che tutti volevano parlare della notizia. Non c’era scampo. Avrei preferito parlare dei cespugli nei dintorni e dell’anello che portava al dito con la bella Efi. Ma lei fortunatamente non me ne diede il tempo.
-“Sai, l’hanno trovato tra le tombe. Sotiria aveva ragione. Quella…quella sembra una sciamana turca, però nel suo sproloquiare l’esperienza la sorregge. Non so se mi spiego…”

Non si spiegava. Per me Sotiria era una donna oltre la cinquantina, mia parente lontana, che faceva la sarta in paese e leggeva i fondi di caffè. Il suo caffè lo conoscevo. Le storie su di lei non le ricordavo. Anche se sapevo che ce n’erano, perché il suo nome risuonava nel ritornello delle storie ascoltate da bambino. Sotiria era per una donna con un neo protuberante, i capelli tigrati bianco – grigi e due denti d’oro simmetrici.
-“E perché aveva ragione?”

Lo dissi così, non per interesse. Mi interessava il buco della leggerissima scollatura dove era rimasta penzolante una gocciolina di sudore, piuttosto. Ero anche sorretto dalla gentilezza dell’affamato di dolci.
-“Vedi, la storia si ripete. Sempre. Licaone, dice Sotiria, ha lasciato qui la sua pelle”
-“Scusa, Efi, ma che c’entra Licaone con questa storia?”

Ripensavo tra me e me al livello di istruzione di Efi. Non era analfabeta. Ero quasi sicuro che avesse frequentato anche il liceo vicino ad Olimpia.
-“Licaone è stato trasformato in lupo da Zeus, proprio sul monte Liceo. Egli è stato il primo: fu punito perché non aveva seguito le regole del sacrificio: aveva servito…”

Poi si mise un grissino in bocca. Così la mia attenzione fu attirata dalla piega del labbro. Aveva un po’ di peluria, ma comunque un taglio un po’ sporgente. Un chicco di melograno.
-“Aveva servito carne umana agli dei perché non credeva alla loro superiorità. Un cannibale, insomma”
-“Aveva cercato di rendere cannibali gli dei, piuttosto”
-“Sì, giusto. Zeus comunque l’ha punito. Non gli è servito correre…come a Demiriel. La punizione divina l’ha trasformato in lupo”
-Brava Efi. Dopo questa lezione di mitologia, me lo diresti che cosa c’entra Demiriel con l’uomo lupo dell’antichità classica?".

Me lo chiedo sempre in che cavolo di Paese sono dovuto nascere. Insomma, non dico di essere sempre razionale e quadrato. Ecco, uno muore. È albanese o macedone o comunque uno di quella semina. Ed è pure pazzerello. In modo strano e cruento. Tutti i giorni succede. Anche in piazza Omonia ad Atene, figuriamoci qui sui greppi. E qui anche la fornaia deve tirare fuori dopo millenni gli dei, gli untori, i licantropi. Non si riesce ad uscire dal dejavù.  In questo momento mi farebbe comodo una moviola, per frenare tutti i fotogrammi e cercare di rileggere il rebus.

Takis non arriva, comincio ad avere i crampi allo stomaco e le allucinazioni da buio. La luce filtra, ma non abbastanza da mettere a fuoco. Sento le pupille che mi si stanno riempiendo di nero. Devo essere fiducioso. Tra poco uscirò di qui, mi farò un cannone e tutto questo mi farà anche ridere.

Andiamo con ordine: Demiriel è stato trovato morto stecchito e come sbranato dai lupi nel cimitero del paese giovedì mattina. L’aveva trovato una vedova in visita di cortesia presso la nuova residenza del marito. Al ritrovamento il paese era stato colto da una specie di malsana mania di persecuzione collettiva. Sotiria aiutava a spargere il terrore con i fondi di caffè e il suo ago di parole. Diceva che erano tornati i lupi. La polizia…Ah! Sì, la polizia.
Per loro fu tutto molto semplice. Seguivano il mio ragionamento. Da quando gli albanesi, o quelli simili agli albanesi, erano arrivati, i Rom erano stati scacciati via nel sud del sud del Peloponneso. I nuovi arrivati costavano meno all’ora, però portavano le pistole. C’era scappato qualche morto. Per la polizia fu un’intuizione semplice. Omicidio per vendetta di stampo etnico. Proprio così, una nuova categoria di reato. La modalità non ortodossa e lo scenario facevano pensare ad un’uccisione simbolica. Come quelli mafiosi, per intenderci. Una lingua incomprensibile per la civiltà ellenica. Con un suo codice.

Nessuno del paese fu convinto. Ma loro se ne andarono in tre giorni. La paura non se ne andò. Non mi divertiva questa storia dei lupi. Tutti erano tesi e vedevano segni ovunque.

Infine trovai anche io un ruolo in questo teatrino arcaico mitologico – sociale di serie B. Arrivai sul proscenio senza accorgermene. Domenica sera andai a cercare Takis. Mi stavo annoiando a morte. Avevo bevuto centinaia di caffè, guardato il paesaggio, assaporato l’aria. Ora ero strapieno di questa finta natura.
-"Allora volgiamo fare qualcosa o no?"
-"Si facciamo qualcosa.

Salii sulla moto e partimmo. Mi portò in una rimessa di automobili semi abbandonata. C’era anche altra gente. Non era il nostro solito giro solitario. Meglio così pensai. Forse evitiamo di scadere nuovamente nella lamentela lupesca. Erano ragazzi dei vari paesi limitrofi. Mi stupii di trovarli tutti insieme in un luogo così desolato. Ma d’altro canto, cosa dovevano fare? Tutto è desolato qui, a parte il sole.
Ma quello che venne dopo, non solo mi stupì, ma fu così veloce e sfuggente che faccio fatica a ricostruirne la sequenza.
Parlavano tutti insieme, agitati e confusi. Tutti fumavano. Tutti ovviamente ripetevano o ammiccavano ai lupi. Non capivo esattamente l’inizio e la fine delle frasi. Passavo in mezzo al gruppo nella rimessa che rimbombava di voci seguendo la scia di Takis, cercando di capire che tipo di situazione fosse. Una festa? Non c’era musica. Non c’erano donne, soprattutto. Una riunione politica? Takis è una persona lontana dalla politica come le formiche dalla luna. Avevano tutti giubbotti di pelle. O almeno così ricordo. Molti sicuramente li avevano: mi ricordavano i giovani serbi di Belgrado nei concerti turbo folk che avevo visto nell’ultimo viaggio. Stesso taglio di capelli, stesso modo di vestirsi. Takis era serio e non era possibile fargli domande. Si fermava e parlava velocemente con tutti. Finché raggiunse un vecchio seduto su una sedia in disparte: “Se hanno scoperto, Takis…”
Oltrepassai le spalle di Takis, e guardai il vecchio attentamente. Lo potrei disegnare. La frase cadde monca in mezzo alla rimessa e alla folla. Mi sentii spintonato. Ero sempre nel bilico di una sensazione ibrida. Ero ad una festa o a un funerale senza il morto. Ero ad una riunione sindacale di inizio novecento, dove a poco sarebbe arrivato il leader maximo. Il caldo era soffocante e il fumo faceva venire le lacrime anche ad un tabagista incallito come me. La persona che mi aveva spintonato si pose davanti ai miei occhi, vedevo solo il giaccone di pelle. Colsi un pezzo di frase, ero un pollicino alla ricerca di parole per trovare la strada.
-“Lo doveva fare, lo doveva fare…”

Fare cosa? Me lo chiedo oggi, qui. Al momento registravo, avendo come unico obbiettivo il comprendere perché mi trovavo in una così sgradevole e ambigua situazione, invece di fumare in santa pace sulla cima di un dirupo. Anche il caffè della piazza del platano sarebbe stato meglio. Sentivo odore di pelle a buon mercato, unita a dopobarba a buon mercato e a qualche odore un po’ più acre. Qualcuno masticava della masticha. Dove l’aveva trovata? Mi distrassi per tentare di sopravvivere alla noia e al senso di inutilità.

Sbagliai. Adesso avrei sicuramente molte più briciole per ritrovare la strada di casa. Invece non capii che cosa stava succedendo. Tutto quello che succede qui mi sembra estraneo e altrove rispetto al mio fluire nel tempo. Venire qui è proprio un modo per fare vacanza, nel senso letterale della parola, latino. Vacare, mancare. Fare fermare il tempo e uscire dal mio percorso temporale e storico per assaporare un po’ di assenza di me.
Di cosa stavano parlando? Queste frasi me le sono sognate, forse. Comincio a pensare che la mia memoria comincia ad attribuire segni anche dove non ce ne sono. Come fa Sotiria, vede segni anche nell’impasto semiliquido del fondo del caffè. Io normalmente ci vedo una melma che mi ricorda la mia defecazione quando ho mangiato molte prugne. Ora forse ci vedrei le profezie di Nostradamus.

La mia distrazione non mi permette di recuperare i fotogrammi dall’assembramento dentro la rimessa al falò esterno. So solo che mi sono trovato estraneo ed allucinato davanti ad un enorme rogo. La cosa mi affascinava e ho cominciato a riacutizzare l’attenzione. Forse era una sorta di sagra autorganizzata. Il parlare divenne più animato. Concitazione e sfrigolare delle fiamme. Desideravo una birra, questo lo ricordo. Ma la sensazione asfittica all’interno era scomparsa. Speravo che la cosa si concentrasse in una sorta di pasqua allo spiedo fuori tempo.
Il parlare però era troppo concitato. Avevo perso di vista Takis e non conoscevo quasi nessuno dei presenti. Alcuni li avevo visti, intravisti per strada qualche volta o alla processione molti anni prima. Forse qualcuno era anche un lontano parente. Ma non ho memoria per la mia genealogia, così come per tutto quello che ha a che fare con le radici e l’appartenenza.
Finalmente, dopo un quarto d’ora di pezzetti di discorsi in cui vorticavano nelle fiamme parole come straniero, immigrato, altrove, qui, nazionalità, armonia, giustizia, ricomparve Takis. Era sempre serio. La linea delle sopraciglia si univa ancora di più e la pancia, che ormai si era pronunciata per denotare l’appartenenza alla stirpe ellenica dei trentacinquenni, sembrava più pesante. Come quella delle donne gravide quando il bambino scende. Glielo dissi, giusto per vedere se cambiava espressione.
-“Sei un libero tiratore. Ma attento. A volte i franchi tiratori sono sparati. E non si trova nessuno a proteggerli”
-“Ce l’hai con me? Ti ho fatto qualcosa?”
-“No, scusa. È che non ho voglia di scherzare”
-“Perché? Siamo ad un funerale? Anche ai funerali si scherza…”
-“Hai ragione. Quando si beve il caffè. Vieni con noi?"
-“Noi chi? E dove?”

Nessuna risposta, Takis venne preso a braccetto da uno, credo abbia la pompa di benzina, che lo sospingeva dicendogli che si stava facendo tardi. Si è fatto tardi, troppo tardi…fischietto tra di me. Cercavo di essere ironico. Forse presentivo che qualcosa sarebbe successo, forse adesso sto di nuovo assomigliando a Sotiria ed interpreto tutto con il senno di poi.
 Tutti si misero o a cavallo di motorini Honda a due colori, o di enduro come Takis (un vero spirito anni ’80) oppure su lunghe quattro per quattro che qui usano per caricare le patate, le mogli e i parenti, quando ci sono e non sono dispersi nella diaspora ellenica.

Abbiamo preso la strada che attraverso l’Alfeo. Il fiume era tranquillo, non si sentiva il rumore dello scroscio. Forse era la strana processione che lo azzittiva. Abbiamo seguito la vecchia provinciale verso Kiparissia. Molti paesi portano questo nome in giro per la Grecia. Paese dei cipressi, paese dei cimiteri. Qui tutto odora di morto e la necrosi toponima contagia purtroppo anche le persone che ci abitano. Come se le Antesterie fossero ancora in auge e il periodo dell’apertura dell’Ade, della vicinanza dei morti con i vivi, non fosse più intelligentemente arginato a un certo periodo dell’anno, come gli antichi avevano meditato, ma fosse un continuum che ammorba gli odori dei vicoli dodici mesi l’anno. A volte penso che i miei connazionali, o coinquilini come preferisco immaginarli, soffrano di un virus da Antesterie. E per questo continuano a chiamare i paesi Kiparissia. Dovevo aspettarmi della iazza. Invece ricordo che mi sono sentito rinfrancato dalla brezza sulla moto, dall’idea di questa processione maschile sui destrieri di cui oggi disponiamo

Ora deve essere notte. L’odore della notte lo preservo da bambino per coccolarmi quando i tubi di scappamento mi inoculano i loro denti nei polmoni in piazza Sintagma. Lì gli odori si sono infranti dalla caterva della discesa dei nuovi barbari. Albanesi, kossovari, donne di colori che spaziano su tutta l’iride. Nuovi dolci al caffè e nuovi caffè che hanno sostituito i vecchi bicchieri con le anse tonde e grassocce. Nestlé ha invaso le nostre narici: così io faccio uno sforzo olfattivo e faccio riemergere l’odore della notte sulle montagne dell’Arcadia. L’ho sentito anche in altre parti del mondo. In particolare ricordo una notte in Turchia, a Bodrum – l’antica Alicarnasso. Anche quello è un paese di morti: ci sono andato per vedere il mausoleo di Mausoleo. Un buco nero creato nella storia dai cavalieri di S. Giovanni. Ne parlano Vitruvio, Plinio e Luciano, in quel meraviglioso libretto che è i Dialoghi dei morti. Mausoleo discute con Diogene che ovviamente rintuzza la megalomania di Mausoleo facendogli notare che l’unica cosa che è riuscito ad ottenere dalla costruzione di una tomba tanto poderosa, è di avere molto peso sopra di sé. I romani auguravano ai morti “che la terra ti sia lieve”, quindi l’osservazione dell’arguto Diogene era piuttosto impertinente. Demiriel non ha avuto terra su di te. Lasciato come una carogna sotto un cielo pesante di stelle. A Bodrum ho sentito lo stesso odore di timo che sento ora. I lacerti di memoria incominciano ad ammonticchiarsi sui pezzi che sto cercando di ricostruire per ritrovare un senso a questi giorni. Di notte a Bodrum si sente lo sciacquio del mare. Qui solo un debole stormire di fronde senza oracoli. Impazzirò? Fa caldo improvvisamente e sento la stanchezza che avanza, ma miro all’insonnia sublime dei visionari.

Arrivammo sui nostri fieri destrieri ad un casolare molto isolato, sulla cima di fronte. Vi abitavano persone, anche se sembrava troppo desolato. Non le conoscevo. Erano albanesi, kossovari, stranieri comunque. Il parlare si fece fitto e confuso. Partirono male parole. Osservavo tutto come davanti allo schermo televisivo. Un pessimo telefilm di produzione balcanica. Ne avevo visto qualcuno in Serbia, senza capire le parole. Adesso mi sentivo uguale, straniero nella mia lingua. Takis mi disse: - “Prendi la moto e torna a casa, è meglio”
Non so perché eseguii il suo ordine. Forse perché mi aspettavo una festa, e mi ero trovato in una mezza rissa. Così inforcai la sua moto enduro e scesi per lo strabello. Riattraversai l’Alfeo, sempre parco di colori nella notte, e arrivai lentamente in paese. Il caffè era vuoto e sotto l’albero nella piazza razzolava solo un cane randagio. Per la strada avevo incontrato entrando in paese solo Sotiria. È lei che mi ha messo nel mezzo, vedendomi nella notte da solo con la moto. La pazza falsoveggente.
Dormii profondamente, senza pensare.

La mattina dopo, domenica, pochi giorni fa, mi svegliai stanco e con immagini al rallenti nella testa. La sorella di Sotiria mi aspettava in cucina con il caffè in mano. Anche lei non è un Afrodite, però non intimorisce e ha uno sguardo timidamente più dolce, forse perché i suoi occhi guardano verso il basso e la crocchia dei capelli è sempre più lenta.
-“Dimmi, siediti. Dove sei stato ieri sera?”

Sono circa vent’anni che nessuno mi chiede dove vado la sera, per cui la domanda mi lasciò un po’ sbalordito. Non sono mica un ragazzino da controllare. La mia espressione è stata letta come una prova della paura per la domanda posta, poi. È una riprova di quanto la mimica facciale sia tra le più ambigue forme di comunicazione che noi umani interpretiamo.
-“Da nessuna parte. Sono stato in giro con Takis”
-“Quindi non eri da nessuna parte, eri in giro. Da solo. Sei tornato solo. Perché se eri con Takis sei tornato da solo?”
-“Stella, ho mal di testa. Mi sono svegliato ora. Perché mi fai queste domande? Sono un maschio adulto”
-“Meglio che rispondi a me. Credimi. Tutti ne parlano”.
-“Ne parlano di cosa? Sono tornato solo perché Takis mi ha lasciato la moto. Eravamo in un casolare ed io sono tornato perché ero stanco”

La prima menzogna è quella che caratterizza la rovina. Non bisognerebbe mai mentire di fronte ad un attacco perché si diventa più vulnerabili, molli come un ventre di vacca. Avevo appena detto la mia prima menzogna, quindi rammollivo le parole. Il mio pensiero difensivo aveva parlato ventriloquo al posto mio. Non ero tornato perché ero stanco, ma in qualche modo il mio cervello aveva deciso prima di me che dire esattamente che cosa facevo, dove e perché sarebbe stato più pericoloso. Pericoloso per cosa? Avevo fiutato come i cani l’odore caprino del rischio, la vicinanza del burrone. O forse no, semplicemente difendevo la mia privacy di scapolo  ateniese benestante. Comunque avevo sentito la pagliuzza nell’occhio: quando fai qualcosa che scricchiola ti entra una pagliuzza in un occhio e cominci a grattarti come fanno i bambini. Così il tuo interlocutore percepisce che sei in difficoltà, perché diventi regressivo. Invece è solo una pagliuzza parola nell’occhio.
-“Takis non lascia la moto a nessuno. Tanto meno a uno di città come te, che non conosce neanche le strade”
-“Forse. Ma ieri me l’ha lasciata. Lo sai, a volte succedono delle rivoluzioni nel mondo”

Mi venne da ridere. L’ironia l’avevo colta solo io. Ridevo in questa piccola cucina con l’acquaio di marco, le tendine che coprivano le scansie di legno con i piatti di colore azzurro pallido e una donna che era già passata all’età delle megere mi guardava con sguardo severo ed indagatore facendo girare la tazzina con il fondo ormai freddo. Aspettavo il momento in cui avrebbe rovesciato la tazzina sul piattino per lasciarla seccare e vedere il destino, ma non lo fece. Forse l’aveva visto senza bisogno di mantica.
-“Non mi devi mentire. Lui dice che non te l’ha data”

Mi ero svegliato da troppo poco tempo per potere capire. Ora che ci ripenso, continuo a non capire, anche se sono insonne da un po’. Quanto? Io avevo detto una piccola menzogna difensiva, ma non mi aspettavo una bugia così plateale che si versava su di me come un olio di diesel vecchio.

L’hanno trovata riversa dietro la rimessa delle automobili coperta di una pelle di lupo. Aveva perso molto sangue. Era stata colpita da un coltellino a lama sottile.
Efi aveva solo venticinque anni. Mi chiesi quando lo seppi se aveva ancora quella gocciolina di sudore. Una domanda stupida, ma questo fu quello che pensai. Il marito era inconsolabile, il forno chiuso per lutto per cui il paese non aveva pane. La polizia tornò nuovamente. Questa volta non se ne sarebbe andata senza un colpevole. Tornarono con i rinforzi da Tripoli, un vero detective dicevano.
Quel colpevole sembravo essere io, a detta di tutti.

Molti avevano visto il mio coltellino da fumo. Lo tiravo fuori per pulirmi le unghie in piazza. È vero, lo facevo: so che non è elegante, ad Atene non mi permetto. Qui lo facevo perché era un gesto che mi ricorda mio nonno, un uomo elegante, nel temperamento intendo. Diceva che suo padre era stato tra i primi condurre il risorgimento in Grecia, partendo da qui. Dalla scuola e le grotte in cui il greco era stato reso nuovamente una lingua libera. Mi ha sempre affascinato mio nonno. È morto che avevo sedici anni.
Sotiria la pazza mi aveva visto tornare da solo in moto quella sera. Per di più avevo confermato questo dato a Stella, sua sorella, mandata in missione speciale caffè la mattina della domenica. C’erano i segni della moto sul luogo del delitto. Alcuni dichiararono che mi avevano visto parlare con lei al forno. Era vero. Mentre tutti facevano altro, distratti dalla morte di Demiriel. Io parlavo con la morta, e sorridevo anche.

Avevo la fama di donnaiolo. Scapolo d’oro. Su questo non sono d’accordo. Era un mito che si era costruito in paese, perché dove di donne ce ne sono tre per generazione perché tutti sono emigrati, chi racconta di averne conosciute biblicamente tre diverse in sei anni è considerato un donnaiolo. Ad Atene è uno sfigato sentimentale. Come io mi ritengo peraltro.

Qualcuno mi ha incastrato. Questo qualcuno è riuscito a farmi fuggire per tempo. È arrivato a casa nel primo pomeriggio, con la moto. Io non ero uscito. Era domenica, e non avevo un mezzo. Mi ha detto velocemente:
-“ Corri, prepara qualcosa per passare il tempo al freddo. È meglio che non ti trovino qui. Sta salendo la polizia.” Questo e quello. Sei l’indiziato numero uno. L’indiziato di cosa? Di un omicidio. Ma che c’entro io? Non conta, contano le apparenze. Mi dice che sistemerà tutto. E io nuovamente non reclamo, sostiene di avere detto una menzogna sulla moto perché pensava che lo accusassero di razzismo e di essere coinvolto nell’uccisione di Demiriel. Cosa c’entra? Che c’entra la lepre? La tua moto…non c’è tempo, corri corri corri. Siamo andati alla torretta nel mezzo del nulla.

Dove sono ora. Questo edificio, se non fosse incastonato nel paesaggio che ha ispirato le bucoliche, potrebbe essere a Beirut. Trivellato e sottomesso al fatto di essere irriducibile al territorio. È un luogo giusto per me. Mi sento così, fuori dal territorio, da questo tempo, da questo luogo e dagli avvenimenti che ho vissuto da spettatore e che ora mi vedono protagonista assente. Come nelle tragedie, c’era sempre un personaggio muto. Quello sono io. Ancora credo, anche se ci sono due morti, che tutto si rivelerà in farsa e che uscirò da qui facendo un calembour e ritrovandomi sotto l’albero a pulirmi le unghie con il mio vecchio coltellino. Takis non arriva. Comincio ad avere fame e non ho più scorte. C’è un’atmosfera da sgombero e fine del tempo, decadenza in tutti gli edifici che costeggiano questa strada. L’ho notato quando siamo arrivati qui nel tardo pomeriggio di tre giorni fa.  Forse è la mia sensazione di trasloco spazio temporale che mi fa ricordare tutto diradato.
L’insonnia mi ha reso acerbo e determinato, anche se ottuso nei gesti e nella mobilità. Scrivo queste righe non so per chi. Forse vorrei essere inumato in una mausoleo come Mausolo e vedere un giorno nel giro dei secoli i cavalieri giungere al mio cospetto e diradare il mio cuore dal peso di tutto quel marmo. E ritrovare i miei scritti e sapere il perché del mio gesto. Voi leggetelo sulla cronaca dei quotidiani locali nel fragile tempo di un giorno di pubblicazione.

   

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