La sorpresa
È emerso dal mio affettuoso passato all’improvviso, no, meglio dire senza premeditazione. C’è stata una coesistenza di eventi che mi hanno portata a ricercarlo. Avevo perso indirizzi, telefoni, email. Nel naufragio che segue alle separazioni c’è un buco nero apposito per gli amici comuni, soprattutto quelli che si sono conosciuti anni addietro e con i quali i lacci si sono allentati. Quelli che corrispondono all’età più epica del rapporto, il primo innamoramento. Quel momento estatico e felice, che tiene lo sguardo vacuo e umido nello sguardo dell’altro e dove tutto, dal caffé al bar alla visione di un film, assumono caratteri romanzeschi. Ci sono quelle figure che hanno unito le coppie soprattutto nel periodo vacillante in cui la coppia non è ancora un binomio indissolubile, un diplozoon che condivide aria, identità e territorio. Si è solamente vicini e ci si annusa e si valuta la propria presenza coeva con sorpresa e attesa che il miracolo si compia. Che si diventi coppia. E questi amici svolgono proprio questa funzione di traghettatori. Permettono di esistere come nuova entità e contribuiscono all’inserimento di uno dei due nel nuovo mondo dell’altro. Ad essi l’affetto è dovuto, è quasi in forma primaria, anche quando la storia finisce. Anche quando come nel mio caso, dopo tredici anni di vita comune arriva lo sfascio. Eppure si perdono le loro tracce. Le rubriche comuni non permettono di mantenere i contatti, un errore che la prossima volta non commetterò, ma ormai sarà tardi per la mia prima parte di vita. Per quanto riguarda la giovinezza il buco nero si è ingoiato molte persone, forse non compariranno se non nei miei ambigui sogni.
In questa strana coesistenza di eventi c’è stata la necessità di ricercarlo. T. vive in una lontana isola dell’Egeo, sul confine con la Turchia. Si trasferì in questo luogo al confine tra mondo contemporaneo e luogo senza identità storica per sfuggire al destino senza senso, così l’aveva definito, del giornalista di tv privata ellenica. Me lo disse l’ultima volta in cui lo vidi di persona. Fu più o meno dodici, tredici anni fa: viveva ancora ad Atene e lavorava come giornalista per un programma che corrisponde all’italiano “Chi l’ha visto”. Vagava per la provincia greca all’intervista selvaggia dei parenti, conoscenti, amici dei volenterosi scomparsi che venivano con accanimento ricercati dalla televisione e dal voyeurismo del pubblico. Pensai che fosse una bella occasione di lavoro. In fondo aveva terminato una scuola di giornalismo ad Urbino che aveva seguito senza la minima passione ed impegno, per corrispondenza. Aveva preferito vivere a Roma, partecipare a cene, andare al cinema del parroco di S. Lorenzo e vedere tutti i film di Tarkovskij insieme ai barboni e giocare a fare politica nell’ultimo partito filosovietico dell’Europa unita. Insomma il suo impegno non era stato pari alla velocità con cui era giunto a fare un mestiere per il quale in genere vige un lungo apprendistato e potenti appoggi. Lui non aveva avuto né l’uno, né gli altri.
Aveva però svolto il servizio di leva su quell’isola sperduta e si era innamorato di Aggheliki, una biologa marina con la passione per il giornalismo. Mi disse che avrebbe abbandonato tutto per andare a vivere in un luogo a misura di persona, vicino al bosco e al mare, dove avrebbe avuto almeno il tempo per vivere e spendere i soldi che guadagnava.
- In questo momento non ci crederai, guadagno molti soldi. Non ho il tempo di spenderli. Mi sembrò il discorso del classico abitante della capitale che cerca la fuga bucolica, pur essendo invece un dipendente dello smog e del cemento. Invece mi stupì sapere che dopo sei mesi si trasferì effettivamente nel Dodecaneso, abbandonando allori e interviste per lavorare alla radio locale dell’isola. Ci scambiammo una o due lettere, poi smisi di scrivere a mano e divenni dipendente dal computer. Non scrissi più lettere a nessuno, avevo avuto per anni molti rapporti epistolografici. Passai alle email e così anche T. per un po’ scomparve. Ricomparve sulle rovine del mio matrimonio, scrisse un email questa volta: aveva avuto l’indirizzo da un altro amico comune. Mi raccontò dei suoi figli, di Aggheliki che era diventata sua moglie, della felicità di una vita tutto sommato lenta e diversa da come l’avevamo immaginata negli anni dell’Università. Mi disse che era molto turbato dalla mia separazione, perché si sentiva come possibile bersaglio di un’eventualità simile anche lui. Noi rappresentavamo per lui la coppia emozionata e innamorata, assolutamente equilibrata e indenne dai segni del tempo che viveva nei suoi ricordi di un decennio prima. Non aveva condiviso con noi lo sgretolamento lento, sibilante della quotidianità che ci aveva separato con mura del pianto. Eravamo divenuti due persone diverse che si erano scoperte a tradirsi in modi diversi, ma comunque dolorosi. Non gli risposi, non sapevo come placare le sue angosce, e il turbine che stava investendo la mia vita quotidiana non mi permetteva di ascoltare un altro che faceva parte di quell’universo di ricordi e vita che volevo semplicemente cancellare con una gomma. Un soffio, e via.
Persi i suoi indirizzi, l’email che mi aveva spedito. Ogni tanto lo citavo nella mia nuova vita come personaggio che rappresentava la possibilità di scegliere la semplicità e la felicità al posto di un successo fatuo e borbottante. Negli incontri di orientamento che tenevo nelle scuole superiori della provincia in cui ora vivo, lui era uno degli esempi che mi servivano per spiegare, inutilmente, a giovani infarciti di miti di successo e pervasi da assoluta mancanza di autostima, che si poteva fare qualcosa che si desiderava, anche apparentemente difficile e lontana dalle nostre possibilità, e poi dare abilmente un calcio a tutto ciò per scegliere di essere dove si desidera. Questa era l’unica presenza che riservavo a T.
Sono passati quattro anni dal mio divorzio e quell’acrimonia, quell’acidità di stomaco e quella voglia di pugilato che mi prendeva al pensiero degli anni, gli ultimi, che avevo sprecato nella mia vita vivendo con un uomo che non amavo più, erano scomparsi. Nel frattempo avevo anch’io agito come T., facendo quello che desideravo. Avevo placato il nervosismo che mi sobillava, l’insofferenza che mi faceva agitare e scuotermi nella notte. In questo modo quello che avevo seminato aveva dato frutti insperati. Oltre ad alimentare un nuovo rapporto, denso, maturo, pieno e morbido come una rosa al momento immediatamente prima della sfioritura, quando è presente quel rosso sgargiante, immodesto. Un rapporto immodesto, ecco. Avevo questo e anche nuovi frutti, nuovi fiori. Uno di questi era di presentare il mio lavoro proprio in Grecia, invitata. Uno dei miei sogni degli anni universitari, comuni con T.: glielo dovevo comunicare.
Così lo ritrovai: gli scrissi una breve email, superando il rancore e la freddezza con l’ex marito. Mi ha risposto subito.
Il tempo che non passa nelle vere amicizie è una delle ragioni per le quali vale la pena vivere. È come se questo inestinguibile fluire, che non può non condurci giornalmente alla consapevolezza della nostra fugacità, ci portasse sulla brezza della balaustra del tempo e ci rendessimo conto di non essere diversi da quelle nuvole che guardiamo con fare altezzoso. Questo fluire, questo tempo viene sospeso da questi rapporti interrotti dalla vita, dallo spazio, dalle occasioni che, per forza del destino o del caso - se vuoi affidarti al novecento - di nuovo si intersecano, e nulla è cambiato, e le parole tornano le stesse. E non c’è quella necessità di riscaldamento e salamelecchi che determinano le relazioni non elette: no, esse riavviano subito la linfa, il tempo sospeso fluisce con altro ritmo e funziona da macchina del tempo (ho scoperto che esiste) e ti riporta a quello che sei stata e che avevi forse dimenticato o nascosto insieme alla polvere sotto il tappeto. T. era così: in poche righe inviate da quell’isola, in cui i colori contrastano sia in inverno che in estate come una lotta di centauri, a me che vivo nel luogo in cui la linea dell’orizzonte si sperde continuamente nel cielo e nei campi, in cui i contorni delle cose il più delle volte vanno intuiti e non hanno determinazione fisica, ma solo immaginifica, mi aveva trasportata in un luogo di mezzo, senza confini e identità precisa. Un luogo Atlantide.
Era entusiasta del nostro ritrovarci. Mi faceva molte domande su cosa era stata la mia vita, con grazia e pudore. Mi aveva anche spedito una foto di famiglia: il caso aveva fatto di nuovo l’occhiolino e quel luogo in cui lui era ritratto sorridente con figli e moglie in gita estiva, lo avevo fotografato una ventina di giorni prima in un viaggio esploratore con il mio compagno in un inverno terso e vago, dove avevo ripreso lo stesso angolo, ma vuoto, senza persone. Lui era venuto a riempirlo. Lo scambio è seguito per un mese circa. Lui si è interessato del progetto che avevamo presentato ad Atene e ha pensato che sarebbe stato bello presentarlo nella sua isola. Meraviglioso, ho pensato. Un modo per incontrarci, per portare pensieri e vita e non solo una valigia con il costume da bagno. Poi è scomparso per dieci giorni.
Cosa succede nelle catastrofi? Cosa accade quando il controllo ti sfugge e veramente il romanzo irrompe nella tua vita, senza che tu possa essere il burattinaio che ne tiene i fili, da lettore o autore, e ti trovi tuo malgrado a farne il protagonista? T. si è trovato da narratore delle storie altrui a intervistato. Un passaggio di ruolo a cui il suo allenamento alla cronaca probabilmente non lo aveva preparato. Si è ritirato al confine dei luoghi in cui la Storia accade, per fare il testimone in disparte, la voce radiofonica dei piccoli conflitti che la microstoria riproduce. Luoghi in cui gli echi delle broadcasting news giungono in modo flebile, senza ripercussioni sonore. Eppure il suo ritiro non l’ha preservato. Il ritmo degli eventi ha sfarinato la sospensione leggera che questo incontro aveva portato.
Ieri mi ha scritto la sua ultima email. Si scusa per il suo silenzio, ma un avvenimento che mai avrebbe aspettato ha interrotto il flusso della sua vita. Aggheliki, mentre stava facendo un reportage su un incendio presso gli impianti dell’energia elettrica dell’isola, è stata strattonata da un agente della sicurezza. Cadendo, ha riportato un episodio ischemico grave, che l’ha portata a non avere più contatto con l’ambiente esterno e alla paralisi degli arti. È stata trasportata con un aeroplano militare presso un ospedale di Atene dove è ancora ricoverata, in lotta tra la vita e la morte. L’unica cosa che ci è stata detta è che dobbiamo avere pazienza e aspettare. Ancora non si è accesa la luce verde per la sua vita, MA SONO SICURO CHE CE LA FARÁ. Non posso fare altro che starle vicino.
Non ho mai conosciuto Aggheliki e già adesso sento la sua mancanza. Anche se si riprenderà, difficilmente tornerà ad essere quella che è stata in questi anni in cui la loro vita fluiva in parallelo alla mia. Sarà un caso che i nostri contatti sono stati così contigui a questi punti di svolta e catafascio. Ci si chiama nel tempo e nello spazio per starsi vicini come il bue e l’asinello nella buona e nella cattiva sorte. forse semplicemente quando la sorte assume i contorni del destino.
Il tempo ha ricominciato a scorrere, in modo potente. Il sapore di glucosio che questo contatto aveva portato è stato tramutato in assenzio greve. Sembra sempre che il disastro abiti nel giardino del vicino.