La becchina
La realtà non una cosa, neanche un sistema,
ma una complessità sempre più grande
Adrienne Rich
Aveva sempre molte cose da fare lei. Troppe. Sin dalla mattina i programmi che si prefissava erano titanici. Non parliamo delle promesse che si faceva tutte le sere: smettere di fumare, dimagrire, scrivere un libro, riassettare l’armadio, cambiare il terriccio dei vasi, lavare i bagni.Leggere una serie di articoli che si impolveravano sulla scrivania che si era creata come “stanza tutta per sé”. Ma aveva solo due mani. Questa frase l’aveva scritta Marina Cvetaeva a Rilke in un epistolario. La usava spesso come scusa con se stessa. E comunque la Cvetaeva aveva avuto una epistolografia con Rilke e Pasternak. Certo, però era morta in estrema povertà. Una sua figlia era morta di stenti in un orfanotrofio. Quindi per che cosa valeva la pena di avere le mani della dea Kali? Solo per i figli, si diceva, e forse per la politica, che però l’aveva abbandonata. Ora doveva fare un programma realistico, come sempre dopo il caffè e dopo essersi sfoltita le sopracciglia. Quest’anno andavano alla Edith Piaf. Che sfortuna, dopo anni di look ombroso. Anche questa una meta irrealistica, ma ormai aveva cominciato a sfoltire e anche se sembrava la foresta amazzonica dopo il passaggio delle ruspe, doveva continuare. Era così, lei. Un trapano, una gazzella domestica.
Se bussi alle porte, si apriranno. E così le succedeva. Era una tortura, una congiura e una droga. Doveva continuamente lottare contro se stessa. Lottare perché gli impegni non si ammonticchiassero come cenere dalla sigaretta. Evitare di dire sempre sì, ogni volta che qualcuno le faceva una proposta di lavoro. D’altro canto, come faceva a dire di no? La vita era precaria, ora andava, era il suo momento, chi lo poteva dire tra sei mesi.
E ora anche quella notizia. Che veniva ad annacquare ancora di più i suoi progetti di decompressione mentale. Doveva anche comprare il temperino per Rachele.
“Gli arnesi del padrone non abbatteranno mai la casa del padrone”, diceva suo nonno. Se lo ricordava ogni volta che acquistava con la carta di credito, faceva un ennesimo debito che finanziava attraverso strane agenzie di prestito e non con la banca. Detestava le banche. Gli arnesi del padrone…Non era una frase di suo nonno, ma lui la amava talmente che lei pensava che l’avesse comunque inventata lui, senza conoscere il sociologo che l’aveva messa ad epigrafe delle proprie teorie. In quel momento la pinzetta che tartassava la sua pelle mediterranea e porosa aveva propriamente la forma di quell’arnese. Confidava in una rapida ripresa dal rossore.
La pinzetta deve essere stata inventata da un sadico alla Mengele. Questo era indiscutibile: ma lo stesso sadico aveva inventato il telefono cellulare, il fax e la posta elettronica. Era metà vestita e per metà con un corpetto che aveva appena acquistato. Di marca: lo sapeva che era una colpa, che poteva anche prendere quelli semplici da mercato, ma non se lo meritava forse lei? Aveva bisogno ogni tanto di qualche Tavor consumistico. Per rimettersi in sesto per qualche ora, o giorno quando andava bene. La sua identità ne beneficiava grandemente: “È il simbolo della mia individualità personale” diceva Cage in quel film di Lynch. Lei aveva bisogno di simboli sempre nuovi, meglio che farsi dei Tavor dopotutto. Comunque il cellulare suonava, con quella suoneria scema che Rachele le aveva selezionato, Shakyra.
Mentre si avvicinava con la palpebra un po’ gonfia al telefono, pensava a quella cantante colombiano – libanese, pensava se mai si era appassionata alla guerra del Libano, se aveva parteggiato per i cristiano maroniti o per altri. Se aveva mosso un neurone alla morte di Hariri.
“Pronto? Mi scusi signora Livia, sono io…sì, lo so, ho sentito il messaggio….sì, mi sto vestendo e vengo. Certo,certo. No, non credevo fosse così urgente. Devo correre? No? Posso metterci anche mezz’ora? Beh! Scherzerà, certo che vengo. Ah! Ma non mi può dire di più? Ma sta bene? Mah! Sarà un capriccio… Ora arrivo”.
Tamburellava con le chiavi. Sigarette, ecco. Veloce lavata alle mani. Agenda, controllo. Tutto in regola. “Lo prendo un libro?”, pensava nel frattempo. Prendeva sempre un libro, se per caso avesse avuto del tempo e non avesse saputo cosa fare, poteva sempre leggere.
Uscire da certe case non è semplice: non è semplice perché le cose ci si nascondono, sembrano creare una loro personalità e sotterrarsi per alcuni minuti. Oppure basta vivere da sole con due figlie semiadolescenti e subito la casa diventa un poltergeist, anche se le cose sono mansuete. Questa era la sensazione che aveva quando stava per uscire e non trovava qualcosa, cioè sempre. Come se le cose, e le sue figlie indirettamente, si ribellassero a lei. Non riusciva a raccapezzarsi. Quella notizia, la telefonata. Aveva tre appuntamenti e aveva dovuto disdire tutto.
Arrivare a scuola da Rebecca non era facile: bisognava tergiversare lungo le diversioni che un pazzo psicotico aveva creato per rendere ipoteticamente il traffico più fluido. Il risultato era semplicemente che si stava di più in auto e si facevano più chilometri. Certo, sarebbe stato giusto prendere la bici. Ma come faceva lei, che nella stessa mattina doveva essere in tre diversi paesi della provincia e magari tornare in orario per portare Rachele a danza?
Mentre era in auto pensava a Shakyra e al suo amore per Hariri, allo strumento del padrone a cui si era dedicata anima e corpo, prima di diventare una testimonial per la campagna antimine.
Non voleva concentrarsi su quello che sarebbe andata a fare a scuola da Rebecca, anche perché non capiva che cosa poteva aspettarsi. La bambina non stava male, non era malata, non era successo nulla, ma premevano perché andasse. Due volte l’avevano chiamata. E quell’oca di sua figlia che non rispondeva al cellulare adesso. Giusto per avere una preview, capire che cosa poteva aspettarsi. Forse l’avevano trovata a fumare hashish. Che cosa avrebbe detto?
Entrare nelle scuole è come varcare la soglia di un altro mondo. Innanzitutto sei inondato dai tuoi propri ricordi. Lei aveva frequentato lo stesso liceo della figlia, quindi era ancor più comprensibile questo deja vu che le faceva venire anche un po’ di nausea quando saliva gli imponenti scaloni. Alle bacheche poster di incontri, conferenze, presentazioni di libri. Gli studenti continuavano a scrivere sul muro esterno “Io e te due metri sopra il cielo”, mentre all’interno i muri erano stati ridipinti dopo l’ennesima occupazione pre festività natalizie. Anche sua figlia aveva partecipato. Si facevano qualche spinello, imparavano a conoscersi e a diventare gruppo, cambiavano stile di vestiario e leggevano nuovi libri. Il mondo li ignorava, ma era un momento di crescita. Certo, non aveva nessun riscontro politico, però era convinta che era servito molto di più a Rebecca di tutte le giornate della memoria cui aveva dovuto partecipare sin dalle elementari. Era cresciuta d’improvviso, come se le avessero iniettato del fertilizzante superchimico nel cervello e fossero fiorite rose. Le aveva visto quella luce negli occhi, quella luce dell’esperienza che ti porta lontano da casa, lontano dalle incombenze quotidiane e ti fa sentire come se stessi per attraversare un fiume nebbioso che fino ad ora ti divide da te stessa e dal mondo. Vedi l’altra sponda. La conosceva quella sensazione. Il 23 dicembre avevano disoccupato, sono andate in vacanza una settimana dai nonni e poi con il padre in montagna. Al ritorno tutto era ricominciato come prima, interrogazioni, compiti, amiche che spettegolano sui ragazzi, noia a fiotti e umore a sbalzi alterni. Che fosse stato questo? Forse aveva avuto un raptus.
Ora era davanti alla porta della preside. Eccola Livia, la bidella sciancata. Lei è rimasta identica.
“Buongiorno…Mi avete chiamato, posso entrare?”
“Non lo deve chiedere a me, ma alla preside”
Le bidelle non cambiano mai. Forse non aveva la faccia abbastanza autorevole. Così inserì il volto a metà tra la porta e il corridoio, per chiedere permesso. Vedeva Rebecca di spalle, seduta con i suoi pantaloni penzolanti e la maglietta a righe. Sembrava avere le spalle più strette, essersi infossata. Sembrava più piccola.
“Posso? Sono la madre di Rebecca”
Essere la madre è un ruolo al quale non ci si abitua mai, lei almeno non si abituava. Tutte le mattine doveva ricordarsi che oltre ad essere figlia era anche generatrice di altri.
“Prego, signora. La stavamo aspettando. Rebecca, c’è tua mamma”
Rebecca si voltò e guardò la madre fornendole buone ragioni di preoccupazione.
“La voce è il canale di connessione, un sentiero che porta il mondo psichico interiore dei sentimenti e dei pensieri all’aria aperta del rapporto, rendendolo udibile a se stessi e agli altri. La fisicità della voce … è fondamentale per comprendere la fisica del rapporto … la voce, essendo un fatto corporeo, connette anziché dividere il corpo con la psiche; e la voce articolandosi con il linguaggio, connette con la cultura…”
Il medico continua a parlare, ma è come se venissi investita e mi scivolasse una colata di parole indecifrabili sul corpo. Sono qui con il corpo, lo sento, ma non riesco ancora a realizzare che cosa sta succedendo. Sono proprio io davanti allo strizzacervelli che devo fare scudo alla mia bambina? Quando è successo? Quando è stato che si è incrinato il piano e ha cominciato ad essere sbilenca rispetto alla realtà? Questo vorrei che mi dicesse, non queste inutili teorie sulla voce. Voglio sapere quando.
“Scusi dottore, non ho capito. Dice che mia figlia non è connessa con la cultura?”
Quando parlo ho sempre attaccato al lobo un unico pensiero, non devo dare adito a colpevolizzazioni. La madre è sempre il coacervo delle colpe. Lo so, è così negli articoli, nei libri che ho letto, negli sguardi della gente. Ma io non sono quella madre.
“No, non intendevo questo. Il mio era un discorso generico sulle caratteristiche della voce e del suo rapporto con la pubertà e l’adolescenza, soprattutto nelle ragazze”.
“Sì, ma cosa c’entra con la cultura…vuole dire che ha smesso di parlare perché non vuole essere collegata ad una cultura che sente altra?”
Autogol. Ho parlato in un linguaggio troppo connotato. Adesso penserà che sono la classica madre radical femminista che ha dato un’impostazione matrilineare recidendo così l’importante legame con il padre e il maschile…non dovevo parlare così.
“No, non volevo dire questo. Dico solo che non si deve preoccupare, non più di tanto almeno”.
Ecco adesso capisco che cosa vuole dire.
“Crede che sia una crisi passeggera? Io ho molta paura. Insomma, non parla con nessuno da dieci giorni. Neanche con la sorella. Neanche con sua nonna al telefono ha voluto parlare”
“Sì, ma dieci giorni non sono un periodo lungo. Questo tipo di crisi non sono così rare come credono a scuola. C’è una casistica già analizzata, soprattutto negli Stati Uniti. Qui in genere c’è un approccio terapeutico d’urto a base di medicinali, verso il quale io sono contrario. Ecco, se lei vuole una terapia farmacologia … è la prassi in genere … non sono il medico adatto”.
Nelle situazioni più complesse mi salvo sempre nello stesso modo, concentrandomi sui dettagli. Il mio sguardo si è posato su uno dei disegni dei pazienti dello psichiatra, si chiama Tommy e ha disegnato un albero e sua mamma vicino, con le mani larghe, l’albero è più piccolo della mamma di Tommy. Così scoppio a piangere. Finalmente.
Silenzio. Come il silenzio di Rebecca. Sento solo il gocciolare delle lacrime lento. Penso alla morte, al mio divorzio. A Rebecca che guarda il soffitto in camera. Non avevo mai previsto la follia, la morte sì. Ci ho sempre pensato per allenarmi al dolore. Vedo spesso le bambine scomparire in un burrone, cadere dallo scooter senza casco, avere una malattia irreparabile. E allora piango come in questo momento. Ma non avevo previsto la follia. Non era nel mio piano di allenamento alla sofferenza.
“Ci si sente presi in contropiede, lo capisco”
È così.
“È difficile comprendere l’uscita di strada dei propri figli. Lo capisco benissimo”
C’è una nota di empatia in questo medico. È questo il senso dell’affidarsi ad altri. Cosa devo fare?
“Sì. Sono stata presa di contropiede. Non riesco ad affrontare il suo silenzio. Non voglio che prenda medicine. Credo che abbia smesso di parlare consapevolmente. Forse c’è qualcosa di malato in questa sua determinazione. Ma non si possono dare medicinali contro la determinazione”
Ho le mani tra le gambe mentre parlo. Non lo dovrei fare. Lo facevo all’università, fino a che un mio collega di corso mi fece notare che in questo modo sbaglio due volte. Primo perché il professore è chiamato a concentrarsi su quello che ho tra le gambe e secondo perché mi metto in posizione di sottomissione, di insicurezza. Sono insicura in questo momento.
“Mi sembra che siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Anch’io sulla base del primo incontro con Rebecca ho avuto la stessa impressione. Vede, paradossalmente, seppellire la voce in un corpo e in un contesto sociale e di rapporti permette così alla voce delle bambine e delle donne … di essere udite e almeno parzialmente capite. È un modo diverso per parlare. Di fatto, la maggior parte lo fanno: Rebecca ha solo portato all’estremo questa postura che si presenta soprattutto nell’età dell’adolescenza. Fino alla pubertà le bambine sono molto più spigliate, portate ad intervenire, a fare uscire la propria voce. Improvvisamente nell’adolescenza preferiscono il mutismo sociale. Non intervengono in pubblico, se non in rari casi, non prendono la parola davanti al gruppo, se non al proprio gruppo, e così via. Sono logiche che credo lei conosca”.
No, non lo conosco. Io non ero così. Ho sempre parlato ed avuto la mia voce. Ero rappresentante di classe, d’istituto, capopopolo e agitatrice. Ho sempre fatto domande, ho sempre detto la mia opinione. Come è potuto succedere? Questa domanda non riesco a porla.
“Dal suo silenzio che cosa devo desumere?”
“Scusi, mi prende in giro?”
Mi viene da ridere, sorride anche lui. La seduta finisce.
Quando esce è quasi sera, ha preso appuntamento nel tardo pomeriggio e anche se il sole si ostina a non calare, le ombre sono lunghe. Le biciclette sono sempre più numerose nelle strade del centro. Sente distintamente il clac dei pedali. Si deve concentrare sui dettagli. Ora tornerà a casa. Che cosa farà? Non sa come affrontare Rebecca che si ostina a fare la muta, vorrebbe prenderla a schiaffi. Forse è lei con la sua presenza a soffocarla. Forse non le ha insegnato niente, non le ha trasmesso niente. Forse è solo un vezzo passeggero. No, questo non può essere. Ha visto le sue spalle restringersi. Deve prendersi del tempo e ascoltare il suo silenzio. Come ha detto il dottore…”ha seppellito la voce …per essere udita e parzialmente capita”. Una becchina della propria voce, ecco che cos’è. Dovrebbe provare a cantare.