Le rondini sul treno

Mi fa pena l’invecchiare della mia pelle. Sono in una scamorza che non tiene, e mia madre mai me lo aveva detto. Voglio dire, conoscevo il significato della parola invecchiare, e vivevo in mezzo ad anziani. Ma la mia vita sembrava non segnata da quella sorte. Avevo un lumino acceso sopra la fronte che diceva “io non sarò vecchia mai”. Eppure alla morte ci pensavo spesso. Ricorreva nelle mie poesie infantili. La prima diceva pressappoco così: “Le rose sono belle/ si portano al cimitero”. La maestra chiamò mia madre per chiederle perché una bambina tanto sorridente a sette anni scrivesse cose così tristi. Forse le scrivevo perché avevo il lumino, e quindi non mi toccavano. Non so cosa rispose allora mia madre. Le poesie le buttai tutte via alla fine delle elementari.

Ora vedo questa donna seduta in treno di fronte a me e mi prende il panico. È stata bella. La bellezza ha lasciato indelebili segni del suo passaggio; adesso è svanita nel solco che porta dei pensieri sulla fronte. Il colore dei capelli non esiste più. Lo sguardo non ha tralasciato di registrare la nostalgia della propria vanità. Immagino la sua foto di appena dieci anni fa. Provo nostalgia anche di quel tempo e di quello che è stata. Provo malinconia per me che un giorno non mi riconoscerò nelle foto. Il tempo mi pesa sulle dita che ticchettano sul cellulare.
La donna parla con due amiche, tornano dalla città di provincia più grande alla provincia inferiore. Tornano nel nido delle rondini con le borse piene di spese occasionali. Le vecchie amiche. Ho paura di invecchiare. Come una vittima, come un gufo, il cuore è in realtà un gufo, le mie ossa sono spaventate. Sono ormai così lieve su questo treno di periferia. Sono diventata per tutti percorribile, anche dalla paura dell’invecchiamento. Riporto tutto a me: queste amiche, il loro chiacchierare. Tutto mi concerne. È anche questa un forma di vanità?

La donna si passa le mani tra i capelli: il suo sguardo mi scorge. Le unghie sono colore pastello. Non posso fare a meno di notare le sue mani. Le fermate sono continue in questo percorso, sembra un autobus. La gente scende solo, quasi nessuno sale. Il mio piede tocca il piede della donna rondine. Penso al suo nido, alla casa che l’aspetta. Sono tutte sposate. L’ho capito dalle telefonate razzo che hanno ricevuto e dai relativi commenti. Vivono vite parallele, che si concentrano in queste uscite tra amiche di libertà. Le inframezzate parole di mariti – compagni – maschi da casa che le aspettano rompono questa compiuta isola. I loro commenti sono disattenti, cinici sulle telefonate. Quasi si pavoneggiano della insignificanza della loro vita dopo il treno, fuori dal loro chiacchierare, dalle loro buste piene di acquisti inutili.

Desidero che la donna di fronte a me viva un’altra libertà. Desidero che sogni essere da sola e ritornare a se stessa. La desidero e basta. L’ho capito ora. Per questo il mio piede si batte.
Il mio piede tortura il suo. Lei non si ritira. Sembra accettare la sfida, ma non cede allo sguardo. Mi ignora forse, oppure crede che sia il suo cane che è abituato a stringere al suo polpaccio all’ora della cena. Oppure è troppo presa dalle parole chiavistello che armeggiano tra di loro e non percepisce il mio insinuarmi sul suo calcagno. Non credo: la mia battaglia è tesa, il mio piede si muove senza meccanicità. È quasi fastidioso. Ci noteranno le altre? Non rischio, perché sono coperta dalle buste con i marchi stampigliati in oro, corallo su carta riciclata, verde appassito su tono.

Il suo sguardo mi sfiora ancora quando prendo maggiore coraggio e giungo alla caviglia. Questo è un tocco che non si può fraintendere. È certo e ardito. Questa volta ha una diversa attenzione. La vanità è un virus ineliminabile. Ora gioco a nascondino e scruto dal finestrino inseguendo il mio contorno. Il tardo pomeriggio si è trasformato in una sera veloce, guardare fuori significa guardare se stessi. È un’ipocrisia evidente. È il mio gioco.

Le sue amiche sono ignare della gara sotterranea dei nostri piedi. Ora attacca lei. In questo momento il centro del cuore è la mia caviglia. Inattesa fuliggine sulla mia lingua. Il seno cresce di una taglia. Scruto le loro forme smerigliate sul finestrino delle ferrovie italiane e scorre la provincia tramutata in lampioni e chiostri di binari semiabbandonati.
Mi alzo di scatto: le mie decisioni sono sempre così, un premere improvviso sul grilletto delle situazioni. Il pensiero arriva dopo. Alzandomi, la donna evita di guardarmi, ma mentre attraverso lo stretto corridoio dei sedili mi sfiora la mano.

Entro in bagno. La mia indole di cittadina civile e portata alla lamentela in questo momento è assopita, altrimenti invocherei le furie delle ferrovie dello stato per chiedere ragione del terribile tanfo che aleggia, della scarsezza di spazio e decoro, della carta imputridita e spessa che ancora viene fornita sui treni. In questo momento questo è il mio guscio, tutta la realtà delle cose non esiste. Ho il cuore che barcolla, la caviglia si è tramutata in una fiaccola e io sono la maratoneta del desiderio. Olimpiadi dei gabinetti del treno, ondulante movimento e attesa impertinente. Non c’aria, c’è solo il mio ansimo. Mi domando se rimarrà solo questo e alito su uno specchio che porta i segni di tutti i visi che si sono specchiati, anche del loro cerume. Sorrido. Mi apro la camicia e temo.

Lei entra e serra la porta. Sono passati pochi secondi in verità. Il luogo è stretto e la luce non si può spegnere. Lo sguardo si centra sul collo, sulla cavità che segue l’innesto con il corpo, su un piccolo neo che diventa un grano in cui è sotterrato il mio attendere il piacere.

So che non ci vedremo più probabilmente, so che questo istante vagherà da solo nella mia memoria impazzita, so che il suo nido continuerà a tenerla. Ma tutta questa consapevolezza è data solo da parole, che il mio desiderio e il suo non contemplano. Esiste solo la mia paura di invecchiare e il mio modo di combatterla.

Lei non so cosa penserà dopo: non mi interessa, è la mia sfida al dolore e alla caducità. Le tocco i seni e subito mi inserisco nella gonna audace con la mano. Lei alza la testa e socchiude gli occhi, poi mi tocca con la lingua l’orecchio. Un gesto che avrà ripetuto, ma ora è nuovo e l’accolgo. Ondeggiamo e seguiamo il rumore della rotaia. Tentiamo tutte le vie, ma i minuti sono troppi per questa ricerca. La voce metallica di una stazione minore la ferma ed esce veloce, guardandomi come se mi vedesse al risveglio da un sogno. Tira giù velocemente gonna, infila slip ed esce, un po’ spettinata in verità.

Le rondini ritornano sempre al loro nido, dicono. Torno a sedere nello stesso scompartimento e guardo l’assenza del chiacchierare delle passeggere farsi mia inquietudine.

   

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