| Olga nel secolo belva
La realtà è un uccello che non ha memoria devi immaginare da che parte va
Giorgio Gaber
Olga stava di fronte al mare di quell’azzurro. Pensava sempre al Mar Nero e alle sue alghe colore del rimorso. C’erano sempre i segni del già visto nei suoi occhi. Quello che le accadeva nella nuova vita non assumeva i contorni certi, veniva sempre annebbiato dalla calcomania del suo passato, da quella vita che aveva vissuto in un altro mondo che si era sgretolando senza lasciare relitti. Era stato un naufragio, ora lo sapeva. E loro erano i naufraghi in quelle isole, sconosciute nel mondo avrebbe voluto potere essere felice e godere dello smeraldo di quel mare così diverso. L’uomo che accompagnava non era neanche male in confronto ai passanti di quell’anno, non aveva strane manie sessuali, era discretamente ricco, certo era ignorante. Un turco arricchitosi con i detersivi.
Le parole scivolano così veloci. Lubrificate al tempo ronzano nella stagnante ignavia della mia mano. Essa non segue il tempo della mia elucubrazione. È monca di volontà, eppure zampilla la ciarliera produzione. E tutti a dire, scrivi, scrivi…e io farò, farò, come i socialisti negli anni ’80…
La mattina si sciacquava i denti con la linguistica. Mentre girava sul ring di Vienna con il tram, le persone raramente borbottavano quel tedesco un po’ diverso, più votato al fiume e ai suoi detriti che alle vette di Goethe. D’altro canto le strade verso il locale erano infestate da stranieri come lei. Si usciva dal suadente mormorio unilingue del tedesco per inoltrarsi su un madido tappeto poliglotta. Non era la Smirne degli anni d’oro che le avevano raccontato, né l’Alessandria prima di Nasser. Era una babele sudaticcia, impegnata in loschi affari e assente di grammatica quella che le si aggrottava intorno. In quel momento doveva per forza prendere spunto da qualche paradigma semplice, un canone ben noto ed esemplare. Come il verbo εσθιω, mangiare. La dissimulazione dell’aspirazione. La legge di Vendries. Cose così, le permettevano di rilassarsi, erano topoi grammaticali che le concedevano il lusso di non ascoltare le storpiature. Camminava temendo un passo disattento. La testa un po’ gettata in avanti per raggiungere il secolo belva. “Ballerina del Bolscioi!” le disse lo spacciatore algerino dell’angolo del Bar Morgue. “Stai attenta signorina!”. Così le disse quella sera, e per questo fu poi interrogato. Come se non si sapesse chi era il responsabile di quella irresponsabile morte.
Perché non riesco ad essere altro del diario di una sorta di uscita di sicurezza continua, un calesse lasciato da solo che cerca un padrone e aspetta un dolce giogo. Comunque e mai liberamente. Tagliarsi il seno come le amazzoni. Salire le montagne, e inventare parole inusitate dal fuoco dei templi come fanno gli uomini. Vorrei spegnere sigarette sulla pelle per conoscere la tortura. Insegnare l’alfabeto alle trote perché non siano più mute. E trovare il magico croupier delle lettere, che riordini la mia scrittura
Olga sorrise alle parole dell’algerino. Lei era stata un’altra cosa, non una ballerina del Bolscioi, questo no. Era cresciuta con il mito di Nadia Comaneci: allora i suoi ori lucevano nei suoi occhi. Sapeva già che non avrebbe potuto raggiungere la ginnasta olimpionica, però era la prova che si poteva fare, essere lucenti anche quando imperava il colore grigio.
La sua infanzia sulle sponde del Mar Nero non erano state certo plumbee. Anzi, di fatto erano un famiglia borghese, anche se questa parola non si poteva usare ovviamente, era quasi un’offesa. D’estate la spiaggia si riempiva di gente e la sorella, che era laureata in scienze turistiche, dirigeva un centro turistico. Tutto era statale, ma che vuol dire? È una colpa forse? A lei piaceva questa omogeneità. Tutti avevano lo stesso ombrellone e mangiavano allo stesso ristorante. C’è qualcosa di male…
Non aveva il coraggio di aprire queste discussioni in Austria. Il dolore dell’assenza di casa era troppo forte, forse le faceva virare i ricordi alla dolcezza.
L’algerino era comunque uno dei pochi con i quali ogni tanto si lasciava andare. Lui capiva, aveva fatto politica nel suo paese. Aveva un altro livello rispetto all’umanità assetata di marchi, di dignità finanziaria che girava in quel punto della città.
Fu lui infatti che racconto che Olga teneva un diario alla polizia. Li avrebbe potuti aiutare nelle ricerche
Mi manca così tanto, così tanto. Cosa vuole dire la lontananza, l’essere senza respiro. Una continua apnea emotiva. Loro ci sono nelle tue retine, ma non compaiono mai. Solo immaginazione tutto il giorno. Cosa studia oggi Stefan? Chi avrà visto a scuola e che cosa gli racconterà la nonna…un carosello inutile e che non porta a nessuna felicità. Nessuna
Olga aprì la porta lentamente: non aveva nessuna fretta di entrare nel locale. Ogni volta l’odore di muffa mitigato da piccole palline di naftalina inserita un po’ ovunque, la faceva intorpidire.
-Olga, finalmente. Pensavo avessi cambiato mestiere…
-Simpatica, Elena. Veramente una sagoma…
-Sagoma? Cosa intendi? Ancora il linguaggio figurato tedesco non ti appartiene…
-A che ora si comincia oggi?
-Come al solito, alle 22. Abbiamo delle prenotazioni, è arrivato un gruppo di facoltosi in congresso..
I facoltosi a congresso erano i peggiori per Olga. Avevano fretta, perché sentivano come una libertà temporanea che veniva loro consentita dalla dislocazione geografica. Allo stesso tempo, l’essere in gruppo e quindi l’instaurarsi di quel terribile spirito di squadra e camerata tipico di alcuni maschietti, aumentava la loro aggressività e le loro richieste. Non la rendeva contenta.
- Olga, non cominciare…
- Non comincio. Finisco…
- Veramente ironica…
Ho deciso che dovrò ricominciare a studiare. Sono stanca solo delle parole volanti, delle musiche nauseanti, di tutto ciò di vacuo che la mia vita è diventata. Mando ogni mese l’assegno a casa, potrò tenermi qualcosa per qualche libro…per non impazzire, per non essere rinchiusa prima di tornare. Esiste creazione senza dolore, esiste un dolore senza creazione purtroppo. Senza traccia.
Prima di tutto la scrittura. Prima di tutto la mia vita. Ora me ne andrò, ancora una volta. Questa volta presto. La tristezza sarà infinita, la fatica anche. Ma ricomincerò come ho sempre fatto. Entra un fascio di sole nella stanza. L’incatturabile brina di luce che imprigiona le palline di polvere. Da piccola ero incantata a guardarle. Anche ora, ma ancora non riesco a prenderle.
Elena dirà poi che Olga era particolarmente tesa quella sera. Non è stato possibile appurarlo.
Olga portò un po’ di liquido alcolico alla bocca, per rimarginare qualche ferita interna e si distese sul divanetto. Prima di cominciare il lavoro faceva sempre gli stessi esercizi mentali. Ripassare i verbi, assaporare parole. Così si dedicava solo a forme perfette e dimenticava invece le forme piene di difetti che avrebbe visto di lì a poco.
Il giorno prima aveva ricevuto un disegno da suo figlio: c’era lui al centro con le mani aperte. Un bel segno, significava che il bambino cresceva sereno. A sinistra, grande e accogliente, c’era la nonna. Dentro un cerchio, allontanata come in una bolla e piccola piccola, c’era lei, la mamma. L’assente. Il poliziotto quando lo trovò appeso sul frigo nelle indagini successive un po’ si commosse. Era diventato padre da poco.
I corpi si contorcevano con movimenti sempre uguali. L’importante le avevano spiegato all’inizio, era che facessero dei cerchi. Qualsiasi cosa fosse sinuosa, non rettilinea, era sensuale. I movimenti invece a retta non andavano bene. Quindi non poteva prendere Nadia a suo modello. Doveva assomigliare ad altro.
È incomprensibile se non ci si trova in mezzo. Succede improvvisamente che la tua vita si incendia. Quello che sapevi prima, non vale più. Il tuo lavoro non esiste più, non esiste il tuo stipendio, non esiste la pensione che un giorno avresti dovuto percepire. Non esiste la polizia, la giustizia, le cose che rendono questo mondo sicuro, valevole. Ti trovi all’improvviso nel mezzo del selvaggio West, ma non ci sono i bisonti. Ci sono quelli che hai visto fino a quel momento. Solo che alcuni si sono trasformati in animali selvaggi.
Quella sera la videro salire con un uomo attempato. Forse faceva parte del gruppo convegno. Nessuno lo sapeva per certo. Sarebbe stato facile però scoprirlo, diceva il titolare. L’aveva trovata Elena.
Olga se ne andava sempre per prima quando il lavoro era finito, mentre quella sera non era scesa dalla stanza. La trovò così, morta. Soffocata da un cuscino. Non sapeva chi poteva chiamare, forse aveva una famiglia, ma non sapeva esattamente. Era una semplice vittima del secolo belva.
Questa storia, di fantasia, è ispirata alla vera vicenda accaduta alla sorella di mia zia acquisita, bulgara. È stata trovata uccisa a Vienna mentre lavorava come ballerina in un night club, dopo avere perso il suo lavoro di infermiera nel suo paese d’origine. Ha lasciato un figlio che è allevato dalla nonna. A lei e a molte altre è dedicata.
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