Sedici giugno duemila e quattro

Oggi sono passati cent’anni dalla data di ambientazione dell’Ulisse di Joyce. Nell’epoca dei compleanni, l’evento è stato festeggiato degnamente a Dublino, da cui peraltro l’autore fuggì giovanissimo, e in molte parti del mondo. L’occasione in fondo non è malvagia. Nel frattempo siamo in guerra.
Si può scrivere di un po’ di letteratura, ripercorrere spunti biografici sul gesuita mancato e trasferitore della psicanalisi in scrittura. C’è di peggio, voglio dire. C’è ad esempio il delirio memorialista a suffragio universale della giornata della memoria, dove ad esempio la rimozione dell’olocausto degli zingari rappresenta bene quanta ideologia alberga nella commemorazione del ricordo imposto. Poi c’è il Santo Natale, dove la nascita del messia scompare sotto pacchi colorati, poi ancora fulgide feste legali come il 2 giugno con parata militare sulla via che Mussolini volle a congiungimento simbolico dell’antica con la nuova Roma del ventennio.
Ho divagato. Oggi è il 16 giugno, la data della passeggiata di Leopold Bloom; è nell’anticamera del mio cervello, e scalpita perché questa data per me d’ora in poi significherà un’irreparabile perdita di me.
Mi hanno appena rubato il PC portatile. In modo fesso ed antico. Sul treno mariuolo. Ho capito qual era il viso dell’autore nel secondo in cui ho realizzato l’accaduto. Inutile confrontare segni e premonizioni quando le cose sono già accadute. È andata, anzi è andato. Con dentro la mia poca scrittura di anni parsimoniosi di parole, con nel cuore del hard disk tutta l’epistolografia amorosa dell’uomo che occupa il mio territorio amoroso. Con le lettere di amici di cui forse non troverò le tracce se non in qualche aeroporto del mondo, perché sono nomadi abitanti del globo, sanamente collegati dalle sale internet di città ai margini dell’impero. Si portano dietro sono le loro password per viaggiare. Avrò trascritto da qualche parte il loro indirizzo? La catastrofe irreparabile mi sembra al momento cosmica. Non voglio esagerare la portata, ma la biblioteca di Alessandria di questa piccola vita che ho trascorso, si trovava in buona parte in quel quadrato con tastiera sfarfallante. Ecco cosa succede a chi ripone la propria memoria nella new tecnology.
Avevo sbagliato a non ascoltare oziosi denigratori di calcolatori elettronici, gli anacoreti che inveivano contro il cannibalismo digitale dei PC nei confronti delle nostre vite.
Avevo sbagliato! Mea culpa.
Poi mi è venuto in mente un episodio della mia infanzia – per fortuna che esiste questo raccoglitore inestimabile – quando andò a fuoco la casa di mia nonna.
Successe d’estate: partimmo tutta la tribù al completo con due auto, perché in un una non era possibile starci, per andare al mare. Per fortuna portammo con noi Marco, la scimmia (da leggersi letterale, era una scimmia che visse con noi dieci anni), dico per fortuna, perché sarebbe sicuramente morto asfissiato.
Ricordo che Marco stava sul tettuccio della Giulia di mio zio, quando tornammo a casa, e che rientrò impaurito dalle luci che si accendevano ad intermittenza. C’era gente con le coperte, che aveva soccorso i cani rimasti intrappolati nel rogo, i pompieri, i cani erano fuori e uno dei due stava vomitando nero. Mia nonna nel momento in cui vedemmo la scena disse : - “To kadili…”, che significa “il lume”. Non il lume qualsiasi, ma quello che si accende davanti alle icone.

Mio nonno non capiva e guardava attonito. Tutti non capivamo. A parte forse Marco, che si era defilato nella fessura sotto l’ascella di mio zio.
Del resto ho ricordi vaghi. La macchia di nero che usciva dalle finestre e faceva sembrare la casa un personaggio animato, con occhi e bocca da Joker. Mia nonna che diceva: -“Ha preso fuoco tutto, tutto, ma i cani si sono salvati. Tutte le foto in cenere” e parlava con i pompieri e i vicini, e però non diceva più quella parola, “To kadili”.
Ma soprattutto ricordo un uomo che si batteva la testa e diceva:-“Tutto il mio lavoro, tutte le mie carte”. Quell’uomo era mio nonno. Continuò fino a che mia nonna:-“Siamo rovinati, e tu pensi alle tue carte?”.
Mentre tutto questo accadeva alla moviola, io rividi esattamente un’azione compiuta da mia nonna prima di uscire. L’azione la collegai ad una parola. La vidi che accendeva il lume, lo poneva sull’olio sul quale galleggiava e poneva il porta lume in bronzo con il coperchio aperto davanti alle icone di legno che erano state di sua madre, e prima ancora di sua nonna, e prima ancora non so. Lo riponeva, ma non chiudeva il coperchio. La finestra era aperta, per fare entrare aria in quella torrida estate. La sua camera era completamente in legno.
Stetti zitta. In quel momento capii due cose. Primo, che a volte è meglio tacere. Ancora questa lezione ad essere sincera, non l’ho proprio introiettata. Ci vorrebbe forse un altro incendio.
Secondo, che non serve a nulla accendere i lumi ai santi, tanto gli incendi scoppiano lo stesso.
Oggi, sedici giugno 2004, ho scoperto un’altra cosa. Che ho perso tutto con il furto del PC, ma anche mia nonna, per fare contente le icone, quel giorno perse tutto. Ed era carta. Quindi non la tecnologia, è l’archiviazione la malattia. Non esiste strategia che possa salvarla dal naufragio. Bisogna evitare il collezionismo, evitare di macerare appunti, aumentare la propria memoria naturale. Imitare Pico della Mirandola e diventare mnemotecnici…
Insomma, oggi nel giorno in cui cent’anni fa Leopold Bloom si consacrava ad eroe involontario della letteratura novecentesca, oggi sedici giugno nella commemorazione dell’Ulisse di Joyce, ho ritrovato qualcosa nella perdita. Mi sono ricordata del mio flusso di coscienza. Ho passeggiato nel mio passato riconducendo fili a questo momento, da qui sul treno senza il mio amato PC al fianco, né le mutande sporche contenute nella borsa, né…
Sono sollevata, caro ladro. Anche mio nonno perse tutto un pomeriggio per tuffarsi nell’acqua salata dell’Egeo. Valse la pena? Credo di sì. Non c’è nulla di paragonabile alle rocce di Vouligmeni senza gente, la scimmia Marco e noi tutti, ancora tutti, insieme, ignari del fatto che pochi anni dopo molti sarebbero scomparsi. Quindi, valse la pena. E di oggetti, ne troveremo altri.

   

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